Contributors to this collection edited by M. Del Sapio Garbero (J. Adelman, G. Melchiori, M. Pfister, M. Pennacchia, P. Colaiacomo, D. Daniel, M. Del Sapio Garbero, G. Sacerdoti, B. Antonucci, G. Golinelli, C. Pagetti, L. Di Michele, N. Isenberg), delve into the relationship between Rome and Shakespeare. As in Cymbeline, Maria Del Sapio argues in her extensive Introduction, the presence of Rome in Shakespeare’s plays can be seen not simply as an unquestioned model of imperial culture, or a routine chapter in the history of literary influence, but rather as the problematic link with a distant and foreign ancestry which is both revered and ravaged in its translation into the terms of the Bard’s own cultural moment. During a time when England was engaged in constructing a rhetoric of imperial nationhood, the volume demonstrate that Englishmen used Roman history and the classical heritage to mediate a complex range of issues, from notions of cultural identity and gender to the representation of systems of exchange with Otherness in the expanding ethnic space of the nation. These issues are expanded in Maria Del Sapio Garbero’s chapter, “Fostering the question ‘Who plays the host?’”As shown in Titus Andronicus, she maintains, Shakespeare started his theatrical dealings with ancient Rome with a gesture of freedom. Dismissing any constraint deriving from historical or philological exactitude, and as if starting with the ending, he began by introducing his audience to the fantastic geography of a declining imperial scenario where Caesarean triumphalia are as important as dismembered bodies and textuality. Accordingly, in Maria Del Sapio Garbero’s view, one might envisage the author of the Roman plays as the one who declares from the outset ‘I’ll play the cook’, just like Titus (5.2. 204). Precisely like him, although in a cultural reversal between the centre and the periphery of the Renaissance classic canon, Shakespeare prepares his own belated feast by a manifest plundering of the classical library. Drawing on the suggestiveness of Titus’s statement what Maria Del Sapio Garbero proposes in this essay is the question of hospitality (with triumphs, banquets, and betrayals as related topics) as the question around which the complex relationship between an imperial centre (Rome) and periphery (England) seems to be articulated in the Roman Shakespeare. The theme of hospitality, with its related question – ‘who plays the host?’ – might be traced to cover a variety of issues in the Roman Shakespeare, she argues, one which invites investigation in the light of Derrida’s problematized notion of hospitality as ‘hostipitality’. The plays involved in the discussion of this theme are Titus Andronicus, Julius Caesar, Antony and Cleopatra, Cymbeline. The essay shows how hospitality is handled in such a way as to raise crucial ethnic and gender issues in the cosmopolitan context of Antony and Cleopatra. It also shows how metaphors of patricide, or of a revered and opposed fatherhood, as those worked out in Julius Caesar, present themselves as a forceful paradigm in dramatizing the dynamics of cultural memory and of the kinship with Rome, or ‘the Roman host’ (Cymbeline, 4.2. 352).

Il volume ‘Shakespeare and Rome: Identity, Otherness and Empire’ (Ashgate, 2009), a cura di Maria Del Sapio Garbero, nasce da una ricerca collettiva dipartimentale progettata e coordinata dalla curatrice che ne ha individuato presupposti teorici, metodologie e finalità. Nella sua Introduzione, “Performing Rome from the Periphery” (poggiando sulla dinamica esemplare osservabile nel Cymbeline) Maria Del Sapio Garbero discute la pervasità di Roma in Shakespeare e nella cultura dell’Inghilterra early modern, considerandola non semplicemente come un indiscusso modello di autorità culturale, né semplicemente come uno dei tanti capitoli nella storia delle fonti e delle influenze letterarie, ma come un precedente ineludibile, un’alterità riverita e saccheggiata, lignaggio e riserva di miti e simboli rispetto ai quali si gioca – in una logica della translatio imperii– un agone interculturale cruciale nella costruzione di una nazione che già si proietta in un futuro imperiale. Alla discussione di questi temi (prima affrontati in un convegno internazionale), e secondo l’impostazione omogenea del volume che la curatrice ha assicurato lavorando di concerto con autori, anonymous readears e radazione Ashgate, sono dedicati i 13 saggi che compongono il volume; saggi di studiosi con conclamata scholarship internazionale, oltre che di più giovani studiosi ( nell’ordine dell’Indice: Janet Adelman, Manfred Pfister, Maddalena Pennacchia, Paola Colaiacomo, Drew Daniel, Maria Del Sapio Garbero, Gilberto Sacerdoti, Barbara Antonucci, Gilberta Golinelli, Carlo Pagetti, Laura Di Michele, Nancy Isenberg, Giorgio Melchiori). Nell’ ‘interchapter’ “Fostering the Question ‘Who Plays the Host?’”, Maria Del Sapio Garbero, riprende le questioni presentate nell’Introduzione e le rilancia attraverso il tema dell’ospitalita, tema riconcettualizzato in modo controverso in anni recenti, da Derrida e altri, come topos intono a cui si intrecciano e si capovolgono, spesso in modo contraddittorio, la questione dell’accoglienza e del potere. Chi ospita chi e sulla base di quale relazione di potere, si chiede l’autrice in questo saggio? E’ con un gesto di assoluta libertà, si sottolinea, che il teatrante Shakespeare inizia a trafficare con la romanità in Titus Andronicus, il suo primo dramma di argomento romano. Mettendo da parte ogni costrizione richiesta dalla esattezza storica o filologica, e come a voler cominciare dalla fine, egli immette il suo pubblico in un’immaginaria e barbarica geografia di fine impero dove la teatralità di corpi mutilati e smembrati è altrettanto importante quanto l’esibizione trionfale, e altrettanto smembrata, di riti e testi della latinità di cui Shakespeare si appropria. Sicché, più in generale, suggerisce l’autrice, si potrebbe immaginare lo Shakespeare dei drammi romani, come colui che sin dall’inizio afferma: “I’ll play the cook” (5.2.204); così rappresentandosi, obliquamente (attraverso la battuta del suo generale Tito), come colui che tardivamente (e senza soggezioni) amministra il banchetto allestito con il corpo smembrato di Roma. Sfruttando le suggestioni dell’affermazione di Tito (ma anche topoi limitrofi: trionfi, banchetti e tradimenti disseminati nel resto dei drammi romani), questo saggio propone la questione dell’ospitalità come la questione intorno a cui è possibile esaminare il complesso rapporto che si gioca, ai tempi di Shakespeare, fra un imperiale centro culturale (Roma) – che ancora continua ad esser tale nel Rinascimento – e la periferia dell’impero (l’Inghilterra), e però in un ribaltamento del rapporto di dipendenza della periferia rispetto al centro del canone classico rinascimentale. Ma il tema dell’ospitalità, con l’interrogazione ad esso legata – ‘who plays the host?’ – si offre anche come un paradigma analitico particolarmente atto ad illuminare una serie di altre cruciali e correlate questioni affrontate dal drammaturgo nel resto dei drammi romani, soprattutto se lo si indaga alla luce della problematizzata definizione di ospitalità di Derrida, il quale ne porta alla luce il nucleo (anche etimologico) ‘ostile’. Il saggio mostra come l’ospitalità, filtrata attraverso una dinamica di genere, possa ribaltare il rapporto fra centro colonizzatore e periferia colonizzata nel contesto cosmopolita di Antony and Cleopatra. Esso mostra anche come intorno al parricidio (del Julius Caesar) si organizzi una complessa attività discorsiva che ha a che fare con una paternità a cui si dà accoglienza e morte, così diventando metafora della stessa conflittuale parentela con Roma (‘the Roman host’, Cymbeline, 4.2. 352), perno intorno a cui si definisce il lignaggio e l’identità culturale della nazione in età elisabettiana.

DEL SAPIO, M. (a cura di). (2009). Identity, Otherness and Empire in Shakespeare's Rome. FARNHAM : Ashgate.

Identity, Otherness and Empire in Shakespeare's Rome

DEL SAPIO, Maria
2009

Abstract

Il volume ‘Shakespeare and Rome: Identity, Otherness and Empire’ (Ashgate, 2009), a cura di Maria Del Sapio Garbero, nasce da una ricerca collettiva dipartimentale progettata e coordinata dalla curatrice che ne ha individuato presupposti teorici, metodologie e finalità. Nella sua Introduzione, “Performing Rome from the Periphery” (poggiando sulla dinamica esemplare osservabile nel Cymbeline) Maria Del Sapio Garbero discute la pervasità di Roma in Shakespeare e nella cultura dell’Inghilterra early modern, considerandola non semplicemente come un indiscusso modello di autorità culturale, né semplicemente come uno dei tanti capitoli nella storia delle fonti e delle influenze letterarie, ma come un precedente ineludibile, un’alterità riverita e saccheggiata, lignaggio e riserva di miti e simboli rispetto ai quali si gioca – in una logica della translatio imperii– un agone interculturale cruciale nella costruzione di una nazione che già si proietta in un futuro imperiale. Alla discussione di questi temi (prima affrontati in un convegno internazionale), e secondo l’impostazione omogenea del volume che la curatrice ha assicurato lavorando di concerto con autori, anonymous readears e radazione Ashgate, sono dedicati i 13 saggi che compongono il volume; saggi di studiosi con conclamata scholarship internazionale, oltre che di più giovani studiosi ( nell’ordine dell’Indice: Janet Adelman, Manfred Pfister, Maddalena Pennacchia, Paola Colaiacomo, Drew Daniel, Maria Del Sapio Garbero, Gilberto Sacerdoti, Barbara Antonucci, Gilberta Golinelli, Carlo Pagetti, Laura Di Michele, Nancy Isenberg, Giorgio Melchiori). Nell’ ‘interchapter’ “Fostering the Question ‘Who Plays the Host?’”, Maria Del Sapio Garbero, riprende le questioni presentate nell’Introduzione e le rilancia attraverso il tema dell’ospitalita, tema riconcettualizzato in modo controverso in anni recenti, da Derrida e altri, come topos intono a cui si intrecciano e si capovolgono, spesso in modo contraddittorio, la questione dell’accoglienza e del potere. Chi ospita chi e sulla base di quale relazione di potere, si chiede l’autrice in questo saggio? E’ con un gesto di assoluta libertà, si sottolinea, che il teatrante Shakespeare inizia a trafficare con la romanità in Titus Andronicus, il suo primo dramma di argomento romano. Mettendo da parte ogni costrizione richiesta dalla esattezza storica o filologica, e come a voler cominciare dalla fine, egli immette il suo pubblico in un’immaginaria e barbarica geografia di fine impero dove la teatralità di corpi mutilati e smembrati è altrettanto importante quanto l’esibizione trionfale, e altrettanto smembrata, di riti e testi della latinità di cui Shakespeare si appropria. Sicché, più in generale, suggerisce l’autrice, si potrebbe immaginare lo Shakespeare dei drammi romani, come colui che sin dall’inizio afferma: “I’ll play the cook” (5.2.204); così rappresentandosi, obliquamente (attraverso la battuta del suo generale Tito), come colui che tardivamente (e senza soggezioni) amministra il banchetto allestito con il corpo smembrato di Roma. Sfruttando le suggestioni dell’affermazione di Tito (ma anche topoi limitrofi: trionfi, banchetti e tradimenti disseminati nel resto dei drammi romani), questo saggio propone la questione dell’ospitalità come la questione intorno a cui è possibile esaminare il complesso rapporto che si gioca, ai tempi di Shakespeare, fra un imperiale centro culturale (Roma) – che ancora continua ad esser tale nel Rinascimento – e la periferia dell’impero (l’Inghilterra), e però in un ribaltamento del rapporto di dipendenza della periferia rispetto al centro del canone classico rinascimentale. Ma il tema dell’ospitalità, con l’interrogazione ad esso legata – ‘who plays the host?’ – si offre anche come un paradigma analitico particolarmente atto ad illuminare una serie di altre cruciali e correlate questioni affrontate dal drammaturgo nel resto dei drammi romani, soprattutto se lo si indaga alla luce della problematizzata definizione di ospitalità di Derrida, il quale ne porta alla luce il nucleo (anche etimologico) ‘ostile’. Il saggio mostra come l’ospitalità, filtrata attraverso una dinamica di genere, possa ribaltare il rapporto fra centro colonizzatore e periferia colonizzata nel contesto cosmopolita di Antony and Cleopatra. Esso mostra anche come intorno al parricidio (del Julius Caesar) si organizzi una complessa attività discorsiva che ha a che fare con una paternità a cui si dà accoglienza e morte, così diventando metafora della stessa conflittuale parentela con Roma (‘the Roman host’, Cymbeline, 4.2. 352), perno intorno a cui si definisce il lignaggio e l’identità culturale della nazione in età elisabettiana.
978-0-7546-6648-6
Contributors to this collection edited by M. Del Sapio Garbero (J. Adelman, G. Melchiori, M. Pfister, M. Pennacchia, P. Colaiacomo, D. Daniel, M. Del Sapio Garbero, G. Sacerdoti, B. Antonucci, G. Golinelli, C. Pagetti, L. Di Michele, N. Isenberg), delve into the relationship between Rome and Shakespeare. As in Cymbeline, Maria Del Sapio argues in her extensive Introduction, the presence of Rome in Shakespeare’s plays can be seen not simply as an unquestioned model of imperial culture, or a routine chapter in the history of literary influence, but rather as the problematic link with a distant and foreign ancestry which is both revered and ravaged in its translation into the terms of the Bard’s own cultural moment. During a time when England was engaged in constructing a rhetoric of imperial nationhood, the volume demonstrate that Englishmen used Roman history and the classical heritage to mediate a complex range of issues, from notions of cultural identity and gender to the representation of systems of exchange with Otherness in the expanding ethnic space of the nation. These issues are expanded in Maria Del Sapio Garbero’s chapter, “Fostering the question ‘Who plays the host?’”As shown in Titus Andronicus, she maintains, Shakespeare started his theatrical dealings with ancient Rome with a gesture of freedom. Dismissing any constraint deriving from historical or philological exactitude, and as if starting with the ending, he began by introducing his audience to the fantastic geography of a declining imperial scenario where Caesarean triumphalia are as important as dismembered bodies and textuality. Accordingly, in Maria Del Sapio Garbero’s view, one might envisage the author of the Roman plays as the one who declares from the outset ‘I’ll play the cook’, just like Titus (5.2. 204). Precisely like him, although in a cultural reversal between the centre and the periphery of the Renaissance classic canon, Shakespeare prepares his own belated feast by a manifest plundering of the classical library. Drawing on the suggestiveness of Titus’s statement what Maria Del Sapio Garbero proposes in this essay is the question of hospitality (with triumphs, banquets, and betrayals as related topics) as the question around which the complex relationship between an imperial centre (Rome) and periphery (England) seems to be articulated in the Roman Shakespeare. The theme of hospitality, with its related question – ‘who plays the host?’ – might be traced to cover a variety of issues in the Roman Shakespeare, she argues, one which invites investigation in the light of Derrida’s problematized notion of hospitality as ‘hostipitality’. The plays involved in the discussion of this theme are Titus Andronicus, Julius Caesar, Antony and Cleopatra, Cymbeline. The essay shows how hospitality is handled in such a way as to raise crucial ethnic and gender issues in the cosmopolitan context of Antony and Cleopatra. It also shows how metaphors of patricide, or of a revered and opposed fatherhood, as those worked out in Julius Caesar, present themselves as a forceful paradigm in dramatizing the dynamics of cultural memory and of the kinship with Rome, or ‘the Roman host’ (Cymbeline, 4.2. 352).
DEL SAPIO, M. (a cura di). (2009). Identity, Otherness and Empire in Shakespeare's Rome. FARNHAM : Ashgate.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11590/192566
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