Il volume è edito all’interno della “Collana di Paesaggio”, sottoposta a revisione paritaria e anonima (double blind peer review). Il libro e il convegno Il paesaggio come sfida. Il progetto - tenutosi a Roma presso la Facoltà di Architettura il 3 e 4 marzo 2016 - sono il frutto congiunto di una ricerca del Dipartimento di Architettura e Progetto dell'Università di Roma La Sapienza. Raccoglie contributi di circa 140 autori italiani e stranieri delle più diverse estrazioni: politici, sociologi, filosofi, geografi ed economisti, oltre a paesaggisti, architetti e figure della cultura del paesaggio. Nel saggio, si evidenzia come da sempre, in Europa, lo spazio pubblico sia la conquista di società consapevoli della necessita di manifestare, favorire e accogliere la variegata ricchezza dei propri valori più autenticamente urbani e perciò politici, concorso di polis e polemos. È prova e misura della maturità e della salute di collettività civili. Dal XVIII secolo, quando le resistenze a diverse forme di oligarchia ottengono i primi poderosi risultati, le principali città europee elaborano categorie inaudite di spazi per la condivisione della vita all’aperto. In seguito, la nascita delle democrazie contemporanee, dopo le catastrofi dei regimi totalitari del Novecento, e segnata, a sua volta, dalla centralità dello spazio pubblico come inderogabile tema di progetto e ricerca. “Spazio pubblico” e invece oggi una locuzione sciupata. Tra le ragioni, gli effetti della diffusa insofferenza per ciò che si ritiene l’etero-determinazione del destino dei luoghi da parte delle istituzioni, tanto da rendervi quasi sconveniente e inopportuna l’autorialità del progetto, che da tali istituzioni abbia ricevuto legittimità. A “pubblico” si preferisce “comune”, tra le parole di maggior successo del vocabolario della contemporaneità, perché veicola il desiderio di rivendicazione e la possibilità di definizione spontanea e volontaria dei luoghi da parte di coloro che li abitano. Questa sostituzione lessicale e semantica e l’esito di una delle più esiziali aporie della cultura del progetto corrente, a sua volta frutto di una profonda trasformazione della democrazia rappresentativa. “Comune” e “pubblico” si riferiscono, infatti, a due accezioni molto diverse di ciò che e collettivo. “Pubblico” è ciò che appartiene a tutti, senza distinzione alcuna. “Comune” designa ciò che appartiene a un gruppo di persone, ristretto o numeroso, che condividono una condizione – uno status abitativo o geografico, un’appartenenza politica, professionale, culturale o religiosa – in cui si riconoscono e che li distingue da quanti ne sono esclusi. “Pubblico” appartiene a “ognuno”; “comune” appartiene a “qualcuno”. Se si intenda superare la strettoia della esclusività insita nell’idea di comunità, occorre che lo spazio urbano torni a essere affermato, riconosciuto e desiderato come pubblico, recuperandone il più elevato e universale portato civico, espressione di una “comunanza” che e compresenza, anche conflittualità, non degenerativa, ma creativa, tra desideri, abitudini, corpi che abitano la città. Nello spazio pubblico, comunità e progetto sono, insieme, al centro della scena.

Metta, A. (2016). Per la legittima difesa del conflitto. In F.D.C. Franco Zagari (a cura di), Il paesaggio come sfida. Il progetto (pp. 215-217). Melfi : Casa Editrice Libria snc di G. Carbone & C..

Per la legittima difesa del conflitto

METTA, ANNALISA
2016

Abstract

Il volume è edito all’interno della “Collana di Paesaggio”, sottoposta a revisione paritaria e anonima (double blind peer review). Il libro e il convegno Il paesaggio come sfida. Il progetto - tenutosi a Roma presso la Facoltà di Architettura il 3 e 4 marzo 2016 - sono il frutto congiunto di una ricerca del Dipartimento di Architettura e Progetto dell'Università di Roma La Sapienza. Raccoglie contributi di circa 140 autori italiani e stranieri delle più diverse estrazioni: politici, sociologi, filosofi, geografi ed economisti, oltre a paesaggisti, architetti e figure della cultura del paesaggio. Nel saggio, si evidenzia come da sempre, in Europa, lo spazio pubblico sia la conquista di società consapevoli della necessita di manifestare, favorire e accogliere la variegata ricchezza dei propri valori più autenticamente urbani e perciò politici, concorso di polis e polemos. È prova e misura della maturità e della salute di collettività civili. Dal XVIII secolo, quando le resistenze a diverse forme di oligarchia ottengono i primi poderosi risultati, le principali città europee elaborano categorie inaudite di spazi per la condivisione della vita all’aperto. In seguito, la nascita delle democrazie contemporanee, dopo le catastrofi dei regimi totalitari del Novecento, e segnata, a sua volta, dalla centralità dello spazio pubblico come inderogabile tema di progetto e ricerca. “Spazio pubblico” e invece oggi una locuzione sciupata. Tra le ragioni, gli effetti della diffusa insofferenza per ciò che si ritiene l’etero-determinazione del destino dei luoghi da parte delle istituzioni, tanto da rendervi quasi sconveniente e inopportuna l’autorialità del progetto, che da tali istituzioni abbia ricevuto legittimità. A “pubblico” si preferisce “comune”, tra le parole di maggior successo del vocabolario della contemporaneità, perché veicola il desiderio di rivendicazione e la possibilità di definizione spontanea e volontaria dei luoghi da parte di coloro che li abitano. Questa sostituzione lessicale e semantica e l’esito di una delle più esiziali aporie della cultura del progetto corrente, a sua volta frutto di una profonda trasformazione della democrazia rappresentativa. “Comune” e “pubblico” si riferiscono, infatti, a due accezioni molto diverse di ciò che e collettivo. “Pubblico” è ciò che appartiene a tutti, senza distinzione alcuna. “Comune” designa ciò che appartiene a un gruppo di persone, ristretto o numeroso, che condividono una condizione – uno status abitativo o geografico, un’appartenenza politica, professionale, culturale o religiosa – in cui si riconoscono e che li distingue da quanti ne sono esclusi. “Pubblico” appartiene a “ognuno”; “comune” appartiene a “qualcuno”. Se si intenda superare la strettoia della esclusività insita nell’idea di comunità, occorre che lo spazio urbano torni a essere affermato, riconosciuto e desiderato come pubblico, recuperandone il più elevato e universale portato civico, espressione di una “comunanza” che e compresenza, anche conflittualità, non degenerativa, ma creativa, tra desideri, abitudini, corpi che abitano la città. Nello spazio pubblico, comunità e progetto sono, insieme, al centro della scena.
9788867640775
Metta, A. (2016). Per la legittima difesa del conflitto. In F.D.C. Franco Zagari (a cura di), Il paesaggio come sfida. Il progetto (pp. 215-217). Melfi : Casa Editrice Libria snc di G. Carbone & C..
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11590/316181
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