“From Save the soil to Caring for our soil’: prendersi cura del suolo, del nostro territorio presuppone un passaggio consapevole dalla semplice tutela di una risorsa non rinnovabile ad una profonda comprensione delle dinamiche in atto nel nostro Paese. Comprensione necessaria per elaborare proposte che siano utili a governare lo sviluppo delle aree urbane e a favorire, nel contempo, la resilienza del patrimonio naturale. Un patrimonio che è sottoposto all’assedio dell’edificazione e della infrastrutturazione e ai nuovi stress indotti dal cambiamento climatico. All’ordinaria emergenza dei fenomeni meteorici estremi e alla fragilità idrogeologica del nostro territorio. Per ciò il nuovo Report del WWF, in linea di continuità con i documenti analoghi prodotti nel 2013 e nel 2014 con “Riutilizziamo l’Italia"1, non poteva che rilanciare questa nuova consapevolezza. Bisogna aver cura del suolo perché sono le attività umane che stanno cambiando in maniera radicale gli equilibri naturali del pianeta in cui viviamo. Negli ultimi 300 anni, a partire dalla rivoluzione industriale, il sistema Terra è stato sottoposto a cambiamenti di causa antropica superiori a quelli dei precedenti 4,6 miliardi di anni, che sono stati causati dalle forze di origine astronomica, geofisica e interna allo stesso sistema. Tanto da far emergere la proposta di classificare il periodo in cui viviamo come “Antropocene”. La parte analitica di questo nostro Report tende a dimostrare, con dati e valutazioni qualitative che integrano e completano il quadro quantitativo acclarato (elaborate da ISTAT, ISPRA e da gruppi di ricerca come quello dell’Università dell’Aquila), come il consumo di suolo abbia in realtà molteplici dimensioni: dalla perdita della funzionalità ecosistemica, alla frammentazione della rete ecologica e all’assedio della Rete Natura 2000, dalla perdita di risorse alimentari alle modifiche del paesaggio agricolo storico. Sono problematiche ben conosciute in Europa, in cui negli ultimi 30 anni si sono studiati gli effetti della impermeabilizzazione del suolo e dell’occupazione correlata dl territorio, che causano la perdita di importanti funzioni naturali: come ci ricorda la Commissione Europea, tra il 1990 e il 2000 si sono persi in tutta Europa almeno 275 ettari di suolo al giorno, per un equivalente di 1.000 kmq all’anno. Trasformazione del paesaggio rurale ben conosciuta anche in Italia, dove - come ci viene ricordato nel Report - a partire dal secondo dopoguerra si è avuta una repentina riduzione delle superfici agricole, pari a più di 10.000.000 di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni in Italia, secondo l’ISTAT, abbiamo perso circa 1.500.000 ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari. Proseguendo a questo ritmo, alla fine del secolo, potremmo quindi avere perso tutti i terreni coltivati. Se poi si passa, come viene testimoniato nel Report, ad un maggiore approfondimento sulle dinamiche in atto nella conversione urbana per capire come si sia arrivati oggi ad un 10% del nostro territorio occupato da insediamenti urbani o da infrastrutture, si scopre che nel nostro Paese non solo si è sviluppato su larga scala il fenomeno, conosciuto anche all’estero, della dispersione urbana (sprawl), ma si è consolidata una peculiare patologia nazionale, che ha portato alla polverizzazione dell’edificato in aree molto vaste (sprinkling). Una patologia che, come viene ricordato dal gruppo di ricerca dell’Università dell’Aquila, incide sulla rete ecologica e contribuisce alla insularizzazione degli habitat naturali più preziosi del nostro Paese. Nella fascia chilometrica in immediata adiacenza ai Siti di Interesse Comunitari, dal 1950 al 2000 l’urbanizzazione è salita da 84.000 ettari a 300.000 ettari, con un incremento medio del 260%. Elementi di pressione che portano ad un assedio delle aree di maggior pregio e ad un depauperamento del capitale naturale collettivo. Questo in un Paese in cui il consumo del suolo ha contribuito nel corso del tempo alla progressiva perdita di servizi ecosistemici che erano in grado di assicurare tra i 540 e gli 820 milioni di euro l’anno. Centinaia di milioni di euro che, secondo le valutazioni di ISPRA, a partire dal 2016, andranno a gravare indirettamente sui costi annuali a carico della collettività per far fronte a funzioni offerte sinora dai sistemi naturali in maniera del tutto gratuita. Il Report contiene anche spunti per una riflessione propositiva su strumenti innovativi di pianificazione urbana, sul recupero delle aree dismesse e contaminate, sui giardini condivisi e gli orti urbani, sulla riduzione dei consumi energetici delle aree edificate e per la promozione della mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Nel voler programmare e realizzare interventi urbanistici contenendo il consumo di suolo, si tratta di gestire, come ci viene ricordato nel Report, un processo, articolato nel corso del tempo, anche ricorrendo a strumenti innovativi che, superando lo stesso concetto di “consumo di suolo zero”, propongano un “bilancio zero del consumo di suolo”, attraverso meccanismi di controllo e governo delle dinamiche in atto che facciano leva di volta in volta su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione. Nel voler recuperare le aree contaminate dove si sono svolte attività produttive inquinanti, non ci si può limitare a rispettare formalmente la disciplina vigente sulle bonifiche, finalizzata solo ad assicurare che in una specifica area non sia superata una determinata concentrazione di sostanze inquinanti. Oltre che la salute umana - non sempre garantita pienamente dagli interventi di bonifica (che hanno come parametro l’accettabilità sociale del rischio) - esiste anche un problema di “salute ambientale” del suolo, inteso come corpo vivo capace di generare servizi. Servizi, come quelli di assorbire e metabolizzare le sostanze, depurare le acque, regolare e filtrare i flussi delle precipitazioni, favorire l’agricoltura. Nel voler contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, è opportuno realizzare contesti insediativi a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento, contrastando così nel contempo la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa, da un lato, e limitando la dispersione termica e i consumi di energia, dall’altro. Nel volere recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, assume grande rilevanza la proposta dei giardini condivisi e degli orti urbani, che rappresentano un fenomeno - presente in tutte le città più avanzate del mondo - di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che consentono di evitare la nuova edificazione e il consumo di suolo e, nel contempo, permettono di ri-immettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi eco sistemici da esso garantito. Nel voler favorire la mobilità sostenibile, bisogna rispondere ad una domanda crescente di spazi urbani più vivibili: in un Paese che è secondo solo al Lussemburgo nella classifica europea della motorizzazione privata (con 608 veicoli per 1000 abitanti) e che, contestualmente, vede un impetuoso aumento della mobilità ciclabile (in un solo anno, tra il 2010 e il 2011 la quota di spostamenti in bicicletta in Italia è passata dallo 0,4% al 4%). Si deve rompere finalmente il circolo vizioso della concorrenza, ad alto rischio, tra i mezzi motorizzati e le altre forme di mobilità, partendo dalla stessa progettazione delle strade. Strade che devono rispondere alle esigenze di spostamento di tutti gli utenti, diventando uno spazio più equo e maggiormente condiviso, come accade in molte capitali europee della mobilità dolce (ricordiamo ad esempio: Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.). Bisogna fare in modo che i progetti di rigenerazione urbana favoriscano pedoni e biciclette garantendo così una migliore qualità ambientale, nel rispetto delle esigenze di benessere e di equità sociale, non trascurando la permeabilità trasversale per assicurare una migliore connettività ecologica. Rispetto dell’ambiente, benessere e equità sociale che sono alla base dell’obiettivo, del titolo di questo nostro Report, di questa nostra nuova proposta che chiede di: “Avere cura della natura dei territori”.

Filpa, A. (a cura di). (2017). Caring for our soil. Roma : WWF Italia Ong Onlus.

Caring for our soil

Filpa Andrea
2017-01-01

Abstract

“From Save the soil to Caring for our soil’: prendersi cura del suolo, del nostro territorio presuppone un passaggio consapevole dalla semplice tutela di una risorsa non rinnovabile ad una profonda comprensione delle dinamiche in atto nel nostro Paese. Comprensione necessaria per elaborare proposte che siano utili a governare lo sviluppo delle aree urbane e a favorire, nel contempo, la resilienza del patrimonio naturale. Un patrimonio che è sottoposto all’assedio dell’edificazione e della infrastrutturazione e ai nuovi stress indotti dal cambiamento climatico. All’ordinaria emergenza dei fenomeni meteorici estremi e alla fragilità idrogeologica del nostro territorio. Per ciò il nuovo Report del WWF, in linea di continuità con i documenti analoghi prodotti nel 2013 e nel 2014 con “Riutilizziamo l’Italia"1, non poteva che rilanciare questa nuova consapevolezza. Bisogna aver cura del suolo perché sono le attività umane che stanno cambiando in maniera radicale gli equilibri naturali del pianeta in cui viviamo. Negli ultimi 300 anni, a partire dalla rivoluzione industriale, il sistema Terra è stato sottoposto a cambiamenti di causa antropica superiori a quelli dei precedenti 4,6 miliardi di anni, che sono stati causati dalle forze di origine astronomica, geofisica e interna allo stesso sistema. Tanto da far emergere la proposta di classificare il periodo in cui viviamo come “Antropocene”. La parte analitica di questo nostro Report tende a dimostrare, con dati e valutazioni qualitative che integrano e completano il quadro quantitativo acclarato (elaborate da ISTAT, ISPRA e da gruppi di ricerca come quello dell’Università dell’Aquila), come il consumo di suolo abbia in realtà molteplici dimensioni: dalla perdita della funzionalità ecosistemica, alla frammentazione della rete ecologica e all’assedio della Rete Natura 2000, dalla perdita di risorse alimentari alle modifiche del paesaggio agricolo storico. Sono problematiche ben conosciute in Europa, in cui negli ultimi 30 anni si sono studiati gli effetti della impermeabilizzazione del suolo e dell’occupazione correlata dl territorio, che causano la perdita di importanti funzioni naturali: come ci ricorda la Commissione Europea, tra il 1990 e il 2000 si sono persi in tutta Europa almeno 275 ettari di suolo al giorno, per un equivalente di 1.000 kmq all’anno. Trasformazione del paesaggio rurale ben conosciuta anche in Italia, dove - come ci viene ricordato nel Report - a partire dal secondo dopoguerra si è avuta una repentina riduzione delle superfici agricole, pari a più di 10.000.000 di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni in Italia, secondo l’ISTAT, abbiamo perso circa 1.500.000 ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari. Proseguendo a questo ritmo, alla fine del secolo, potremmo quindi avere perso tutti i terreni coltivati. Se poi si passa, come viene testimoniato nel Report, ad un maggiore approfondimento sulle dinamiche in atto nella conversione urbana per capire come si sia arrivati oggi ad un 10% del nostro territorio occupato da insediamenti urbani o da infrastrutture, si scopre che nel nostro Paese non solo si è sviluppato su larga scala il fenomeno, conosciuto anche all’estero, della dispersione urbana (sprawl), ma si è consolidata una peculiare patologia nazionale, che ha portato alla polverizzazione dell’edificato in aree molto vaste (sprinkling). Una patologia che, come viene ricordato dal gruppo di ricerca dell’Università dell’Aquila, incide sulla rete ecologica e contribuisce alla insularizzazione degli habitat naturali più preziosi del nostro Paese. Nella fascia chilometrica in immediata adiacenza ai Siti di Interesse Comunitari, dal 1950 al 2000 l’urbanizzazione è salita da 84.000 ettari a 300.000 ettari, con un incremento medio del 260%. Elementi di pressione che portano ad un assedio delle aree di maggior pregio e ad un depauperamento del capitale naturale collettivo. Questo in un Paese in cui il consumo del suolo ha contribuito nel corso del tempo alla progressiva perdita di servizi ecosistemici che erano in grado di assicurare tra i 540 e gli 820 milioni di euro l’anno. Centinaia di milioni di euro che, secondo le valutazioni di ISPRA, a partire dal 2016, andranno a gravare indirettamente sui costi annuali a carico della collettività per far fronte a funzioni offerte sinora dai sistemi naturali in maniera del tutto gratuita. Il Report contiene anche spunti per una riflessione propositiva su strumenti innovativi di pianificazione urbana, sul recupero delle aree dismesse e contaminate, sui giardini condivisi e gli orti urbani, sulla riduzione dei consumi energetici delle aree edificate e per la promozione della mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Nel voler programmare e realizzare interventi urbanistici contenendo il consumo di suolo, si tratta di gestire, come ci viene ricordato nel Report, un processo, articolato nel corso del tempo, anche ricorrendo a strumenti innovativi che, superando lo stesso concetto di “consumo di suolo zero”, propongano un “bilancio zero del consumo di suolo”, attraverso meccanismi di controllo e governo delle dinamiche in atto che facciano leva di volta in volta su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione. Nel voler recuperare le aree contaminate dove si sono svolte attività produttive inquinanti, non ci si può limitare a rispettare formalmente la disciplina vigente sulle bonifiche, finalizzata solo ad assicurare che in una specifica area non sia superata una determinata concentrazione di sostanze inquinanti. Oltre che la salute umana - non sempre garantita pienamente dagli interventi di bonifica (che hanno come parametro l’accettabilità sociale del rischio) - esiste anche un problema di “salute ambientale” del suolo, inteso come corpo vivo capace di generare servizi. Servizi, come quelli di assorbire e metabolizzare le sostanze, depurare le acque, regolare e filtrare i flussi delle precipitazioni, favorire l’agricoltura. Nel voler contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, è opportuno realizzare contesti insediativi a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento, contrastando così nel contempo la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa, da un lato, e limitando la dispersione termica e i consumi di energia, dall’altro. Nel volere recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, assume grande rilevanza la proposta dei giardini condivisi e degli orti urbani, che rappresentano un fenomeno - presente in tutte le città più avanzate del mondo - di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che consentono di evitare la nuova edificazione e il consumo di suolo e, nel contempo, permettono di ri-immettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi eco sistemici da esso garantito. Nel voler favorire la mobilità sostenibile, bisogna rispondere ad una domanda crescente di spazi urbani più vivibili: in un Paese che è secondo solo al Lussemburgo nella classifica europea della motorizzazione privata (con 608 veicoli per 1000 abitanti) e che, contestualmente, vede un impetuoso aumento della mobilità ciclabile (in un solo anno, tra il 2010 e il 2011 la quota di spostamenti in bicicletta in Italia è passata dallo 0,4% al 4%). Si deve rompere finalmente il circolo vizioso della concorrenza, ad alto rischio, tra i mezzi motorizzati e le altre forme di mobilità, partendo dalla stessa progettazione delle strade. Strade che devono rispondere alle esigenze di spostamento di tutti gli utenti, diventando uno spazio più equo e maggiormente condiviso, come accade in molte capitali europee della mobilità dolce (ricordiamo ad esempio: Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.). Bisogna fare in modo che i progetti di rigenerazione urbana favoriscano pedoni e biciclette garantendo così una migliore qualità ambientale, nel rispetto delle esigenze di benessere e di equità sociale, non trascurando la permeabilità trasversale per assicurare una migliore connettività ecologica. Rispetto dell’ambiente, benessere e equità sociale che sono alla base dell’obiettivo, del titolo di questo nostro Report, di questa nostra nuova proposta che chiede di: “Avere cura della natura dei territori”.
978-88-906629-5-9
Filpa, A. (a cura di). (2017). Caring for our soil. Roma : WWF Italia Ong Onlus.
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