Malgrado alcuni limiti, la diagnosi categoriale ha una sua utilità, e viene normalmente utilizzata dal clinico d’impostazione cognitivo-comportamentale, rappresentando però il primo passo di un più complesso ed articolato cammino verso la comprensione del paziente. Il processo diagnostico allora può prendere le mosse da una diagnosi categoriale, ma deve sostanzialmente estendersi molto più in là fino a giungere ad una diagnosi esplicativa. Del resto non si può richiedere alla diagnosi categoriale ciò che essa non può fornire, vale a dire indicazioni sull’eziologia del disturbo e i meccanismi di mantenimento per quello specifico paziente (Dell’Erba, 2008). Il terapeuta cognitivo-comportamentale utilizza di solito la formulazione idiografica del caso clinico, un approccio che tiene conto non di un unico disturbo o sintomo, ma di tutti i problemi presentati, e mira ad una comprensione sulle relazioni che legano un problema all’altro (Persons, 2005), in modo da adattare moduli di trattamento basati su prove di efficacia alle necessità del singolo paziente. La formulazione del caso è considerata fondamentale in terapia cognitivo-comportamentale (Beck, 1995), di particolare importanza per la comprensione e l’impostazione del trattamento di casi complessi (Chadwick et al., 2003). Del resto, la maggior parte dei pazienti che vediamo nei setting clinici presenta molteplici problemi e sintomi e la comorbilità è più la regola che l’eccezione. Come evidenziato da Persons (2005), grazie alla prospettiva della concettualizzazione del caso, il terapeuta può formulare ipotesi sui meccanismi di scompenso e mantenimento, e può promuovere il cambiamento; inoltre adotta una prospettiva empirica, nella quale rientrano la continua raccolta dei dati (non solo all’inizio, per la comprensione dei problemi presentati, ma in corso di trattamento, per valutarne l’andamento) e la verifica delle ipotesi formulate. È all’interno di questa cornice che vengono poi scelti i trattamenti, tra quelli di provata efficacia. I clinici di orientamento cognitivo-comportamentale, infatti, nella pratica della professione, generalmente non utilizzano rigidamente i protocolli basati su prove di efficacia, ma li adattano alle necessità del singolo paziente, utilizzando come cornice quella della formulazione del caso e della verifica delle ipotesi; questo approccio consente la messa in atto di trattamenti che sono al tempo stesso sperimentalmente validati e clinicamente flessibili. Si tratta di un metodo sistematico per adattare i protocolli evidence-based al particolare individuo che ci troviamo di fronte (Persons, 2005).

Mancini, F., Barcaccia, B. (2009). Come usa la diagnosi lo psicologo cognitivista?. In V.L. Nino Dazzi (a cura di), La diagnosi in psicologia clinica: personalità e psicopatologia (pp. 157-170). Milano : Raffaello Cortina.

Come usa la diagnosi lo psicologo cognitivista?

Barbara Barcaccia
Writing – Original Draft Preparation
2009-01-01

Abstract

Malgrado alcuni limiti, la diagnosi categoriale ha una sua utilità, e viene normalmente utilizzata dal clinico d’impostazione cognitivo-comportamentale, rappresentando però il primo passo di un più complesso ed articolato cammino verso la comprensione del paziente. Il processo diagnostico allora può prendere le mosse da una diagnosi categoriale, ma deve sostanzialmente estendersi molto più in là fino a giungere ad una diagnosi esplicativa. Del resto non si può richiedere alla diagnosi categoriale ciò che essa non può fornire, vale a dire indicazioni sull’eziologia del disturbo e i meccanismi di mantenimento per quello specifico paziente (Dell’Erba, 2008). Il terapeuta cognitivo-comportamentale utilizza di solito la formulazione idiografica del caso clinico, un approccio che tiene conto non di un unico disturbo o sintomo, ma di tutti i problemi presentati, e mira ad una comprensione sulle relazioni che legano un problema all’altro (Persons, 2005), in modo da adattare moduli di trattamento basati su prove di efficacia alle necessità del singolo paziente. La formulazione del caso è considerata fondamentale in terapia cognitivo-comportamentale (Beck, 1995), di particolare importanza per la comprensione e l’impostazione del trattamento di casi complessi (Chadwick et al., 2003). Del resto, la maggior parte dei pazienti che vediamo nei setting clinici presenta molteplici problemi e sintomi e la comorbilità è più la regola che l’eccezione. Come evidenziato da Persons (2005), grazie alla prospettiva della concettualizzazione del caso, il terapeuta può formulare ipotesi sui meccanismi di scompenso e mantenimento, e può promuovere il cambiamento; inoltre adotta una prospettiva empirica, nella quale rientrano la continua raccolta dei dati (non solo all’inizio, per la comprensione dei problemi presentati, ma in corso di trattamento, per valutarne l’andamento) e la verifica delle ipotesi formulate. È all’interno di questa cornice che vengono poi scelti i trattamenti, tra quelli di provata efficacia. I clinici di orientamento cognitivo-comportamentale, infatti, nella pratica della professione, generalmente non utilizzano rigidamente i protocolli basati su prove di efficacia, ma li adattano alle necessità del singolo paziente, utilizzando come cornice quella della formulazione del caso e della verifica delle ipotesi; questo approccio consente la messa in atto di trattamenti che sono al tempo stesso sperimentalmente validati e clinicamente flessibili. Si tratta di un metodo sistematico per adattare i protocolli evidence-based al particolare individuo che ci troviamo di fronte (Persons, 2005).
Mancini, F., Barcaccia, B. (2009). Come usa la diagnosi lo psicologo cognitivista?. In V.L. Nino Dazzi (a cura di), La diagnosi in psicologia clinica: personalità e psicopatologia (pp. 157-170). Milano : Raffaello Cortina.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11590/359668
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