L’anno che sta terminando è stato caratterizzato da una serie di battute d’arresto nel processo d’integrazione europea e dal contemporaneo consolidarsi di alcune tendenze in ambito migratorio sulle quali questo scritto intende brevemente fare luce. Il fallimento dei referendum sulla ratifica del Trattato costituzionale in Francia e Olanda ha innescato un’impasse nell’armonizzazione delle politiche nazionali anche in ambito migratorio, mentre l’allargamento con il ridisegnarsi dei confini esterni dell’Unione europea ha reso lo spazio migratorio del continente estremamente fluttuante. Le difficoltà del processo d’approfondimento istituzionale si riflettono così su quello di allargamento politico e geografico del modello di polity europea. L’Unione europea resta un’entità priva di un’identità politica forte, caratterizzata da paesi a sviluppo variabile e dotati di economie con diversi tassi di crescita e variabili livelli di occupazione. L’assenza di adeguate politiche con i paesi confinanti sia ad Est che a Sud del nuovo continente ridisegnato dall’allargamento, instilla flussi migratori le cui caratteristiche assumono uno spettro ampio e mutevole. La domanda di manodopera immigrata di gran parte dei mercati del lavoro dell’Unione europea continua in massima parte a concentrarsi nei settori di più basso profilo del comparto produttivo, le cosiddette attività “dirty, dangerous and demanding”, riflettendo le esigenze di gran parte delle economie occidentali, ma allontanando i paesi europei dalle sfide di società ad alto sviluppo tecnologico, ricerca ed innovazione proprie dell’agenda di Lisbona. I nuovi membri si dibattono tra flussi migratori in uscita e la complessità della gestione e il contenimento dei nuovi flussi in entrata, regolari ed irregolari, di transito o di richiedenti asilo. Tutte le previsioni di incremento relativo dei flussi in uscita post-allargamento si sono dimostrate corrette e la loro direzione si è principalmente catalizzata proprio verso quei paesi che hanno aperto fin da subito i loro mercati del lavoro ai cittadini dell’Europa centro-orientale, ovvero Irlanda, Regno Unito e Svezia. La nostra analisi si concentra dunque sulle conseguenze del tentativo abortito d’approfondimento istituzionale, il suo legame con la revisione dei confini europei e il ritardato sviluppo nell’armonizzazione delle politiche migratorie. Una nuova dimensione, quella regionale, sembra acquistare rilievo e meritare particolare attenzione nel processo decisionale e nella formazione di politiche in ambito migratorio tra i due poli nazionale e sopranazionale, tra il sempre presente intergovernamentalismo e la difficile genesi di adeguate politiche europee.

Ruspini, P. (2006). Allargamento europeo e identità europea. In Fondazione ISMU (a cura di), Undicesimo Rapporto sulle Migrazioni 2005 (pp. 389-399). MILANO - ITA : FrancoAngeli.

Allargamento europeo e identità europea

RUSPINI P
2006

Abstract

L’anno che sta terminando è stato caratterizzato da una serie di battute d’arresto nel processo d’integrazione europea e dal contemporaneo consolidarsi di alcune tendenze in ambito migratorio sulle quali questo scritto intende brevemente fare luce. Il fallimento dei referendum sulla ratifica del Trattato costituzionale in Francia e Olanda ha innescato un’impasse nell’armonizzazione delle politiche nazionali anche in ambito migratorio, mentre l’allargamento con il ridisegnarsi dei confini esterni dell’Unione europea ha reso lo spazio migratorio del continente estremamente fluttuante. Le difficoltà del processo d’approfondimento istituzionale si riflettono così su quello di allargamento politico e geografico del modello di polity europea. L’Unione europea resta un’entità priva di un’identità politica forte, caratterizzata da paesi a sviluppo variabile e dotati di economie con diversi tassi di crescita e variabili livelli di occupazione. L’assenza di adeguate politiche con i paesi confinanti sia ad Est che a Sud del nuovo continente ridisegnato dall’allargamento, instilla flussi migratori le cui caratteristiche assumono uno spettro ampio e mutevole. La domanda di manodopera immigrata di gran parte dei mercati del lavoro dell’Unione europea continua in massima parte a concentrarsi nei settori di più basso profilo del comparto produttivo, le cosiddette attività “dirty, dangerous and demanding”, riflettendo le esigenze di gran parte delle economie occidentali, ma allontanando i paesi europei dalle sfide di società ad alto sviluppo tecnologico, ricerca ed innovazione proprie dell’agenda di Lisbona. I nuovi membri si dibattono tra flussi migratori in uscita e la complessità della gestione e il contenimento dei nuovi flussi in entrata, regolari ed irregolari, di transito o di richiedenti asilo. Tutte le previsioni di incremento relativo dei flussi in uscita post-allargamento si sono dimostrate corrette e la loro direzione si è principalmente catalizzata proprio verso quei paesi che hanno aperto fin da subito i loro mercati del lavoro ai cittadini dell’Europa centro-orientale, ovvero Irlanda, Regno Unito e Svezia. La nostra analisi si concentra dunque sulle conseguenze del tentativo abortito d’approfondimento istituzionale, il suo legame con la revisione dei confini europei e il ritardato sviluppo nell’armonizzazione delle politiche migratorie. Una nuova dimensione, quella regionale, sembra acquistare rilievo e meritare particolare attenzione nel processo decisionale e nella formazione di politiche in ambito migratorio tra i due poli nazionale e sopranazionale, tra il sempre presente intergovernamentalismo e la difficile genesi di adeguate politiche europee.
9788846475022
Ruspini, P. (2006). Allargamento europeo e identità europea. In Fondazione ISMU (a cura di), Undicesimo Rapporto sulle Migrazioni 2005 (pp. 389-399). MILANO - ITA : FrancoAngeli.
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