Numerosi studi hanno documentato, negli ultimi decenni e per vari paesi, compresa l’Italia, un processo di profonda trasformazione del mercato del lavoro che ha coinvolto la struttura occupazionale determinandone una progressiva polarizzazione. Ordinando le occupazioni secondo una scala crescente in termini di qualifiche, si è infatti osservata una progressiva perdita di posti di lavoro nelle professioni caratterizzate da un livello medio di competenze, tipicamente collocate nella parte centrale della distribuzione occupazionale, e un aumento, al contempo, sia delle occupazioni associate a professioni manuali impiegate specialmente in servizi alla persona a bassa intensità di competenze, sia, all’estremo opposto, delle professioni associate ad elevate competenze di tipo concettuale e astratto. In un’importante contributo, Autor et al. [2003] mostrano per gli Stati Uniti, a partire dagli anni Ottanta, un legame tra il cambiamento nella struttura occupazionale e la diffusione delle tecnologie ICT. Gli autori partono dal presupposto che ogni lavoro sia scomponibile in varie mansioni e che le innovazioni tecnologiche della cosiddetta terza rivoluzione industriale possano, da un lato, sostituire alcune di queste mansioni e, dall’altro, essere complementari ad altre. In particolare, mansioni prevalentemente di tipo routinario, caratterizzate cioè da attività ripetute e, per loro natura, codificabili, sono sostituibili, in funzione del tipo di attività, da generici dispositivi elettronici programmabili o da complesse macchine di automazione, mentre mansioni tipiche delle professioni ad elevata qualifica, che richiedono competenze cognitive e di tipo creativo, risultano complementari alle tecnologie ICT che completano e rendono più produttive le mansioni di tipo concettuale. Coerentemente all’ipotesi di sostituibilità/complementarietà, gli autori trovano una graduale diminuzione della quota di lavori prevalentemente associati a mansioni routinarie e una crescita della quota di lavori prevalentemente associati a mansioni di tipo concettuale, astratto e non routinario. Il progresso tecnologico, il cui effetto sul mercato del lavoro è stato oggetto di notevole interesse a partire da economisti classici, come David Ricardo e Karl Marx, fino a John Maynard Keynes e Wassily Leontief, è quindi da qualche anno tornato ad essere centrale nel dibattito economico e sociale. Come sarà chiarito nel seguito, la crescita delle occupazioni associate a mansioni prevalentemente manuali e non routinarie è solo indirettamente legata al progresso tecnologico. La natura di quest’ultimo, infatti, lo rende un fattore sostituibile alle professioni caratterizzate da mansioni routinarie, il che ne motiva la denominazione di progresso tecnologico routine-biased technological change (RBTC) che ne ha dato la letteratura economica. Questa impostazione teorica, basata sul concetto di mansioni, supera la versione che aveva caratterizzato per decenni il legame tra progresso tecnico, domanda di lavoro e salari, denominata skill-biased technological change (SBTC). Secondo questa precedente impostazione, l’innovazione tecnologica, attraverso l’introduzione della robotica e dei computer, aveva elevato la produttività delle occupazioni ad alta qualifica, migliorandone le prospettive occupazionali e retributive a discapito delle altre professioni. In tal modo si veniva a creare una relazione crescente e monotona tra qualifiche e incremento delle quote occupazionali. Al contrario, il RBTP produce un incremento delle occupazioni a prevalente attività di tipo concettuale e una riduzione delle occupazioni routinarie, tipicamente a media qualifica, generando quindi una relazione non lineare tra qualifiche e variazione delle quote occupazionali. La non linearità è accentuata dalla crescita delle occupazioni a bassa qualifica che tuttavia, dal punto di vista teorico, è solo indirettamente legata al RBTP. Le spiegazioni si riallacciano infatti alla crescita della domanda di servizi, specialmente alla persona, proveniente dai lavoratori occupati in attività produttive ad elevato contenuto concettuale, alta produttività e retribuzione [Mazzolari e Ragusa, 2013]. Similmente i cambiamenti demografici e l’invecchiamento della popolazione tendono a favorire la crescita dei servizi assistenziali e alla persona, cioè attività manuali non routinarie, solo in minima parte sostituibili dalle tecnologie informatiche [Moreno-Galbis e Sopraseuth 2014]. Sulla falsariga dello studio di Autor et al. [2003], numerose analisi hanno confermato come la polarizzazione della domanda di lavoro rappresenti un fenomeno su scala globale, che ha coinvolto non solo gli Stati Uniti, ma anche diversi paesi europei [Goos e Manning 2007; Goos et al. 2009] seppur con intensità diversa da paese a paese. In questo contributo intendiamo analizzare, mediante i dati a nostra disposizione, il fenomeno della polarizzazione occupazionale in Europa. A tal fine, dapprimasi presenta l’evidenza empirica sulla polarizzazione in Italia (paragrafo 2) e in Europa e si introduce una misura del grado di routinizzazione (paragrafo 3). Successivamente, si presentano i risultati dell’analisi di shift share, che scompone la variazione dell’occupazione tra le componenti intra- e inter-settoriali (paragrafo 4) e le evidenze emerse da un’analisi di regressione che mette in luce le variabili correlate al processo di routinizzazione (paragrafo 5). Infine, si discute il legame tra routinizzazione e disoccupazione (paragrafo 6) e si presentano alcune riflessioni conclusive (paragrafo 7).

Bosio, G., Cristini, A., Naticchioni, P., Vittori, C. (2018). La polarizzazione del mercato del lavoro in Europa. In Il Mercato Rende Disuguali? (pp. 151-172).

La polarizzazione del mercato del lavoro in Europa

Naticchioni Paolo;Vittori Claudia
2018

Abstract

Numerosi studi hanno documentato, negli ultimi decenni e per vari paesi, compresa l’Italia, un processo di profonda trasformazione del mercato del lavoro che ha coinvolto la struttura occupazionale determinandone una progressiva polarizzazione. Ordinando le occupazioni secondo una scala crescente in termini di qualifiche, si è infatti osservata una progressiva perdita di posti di lavoro nelle professioni caratterizzate da un livello medio di competenze, tipicamente collocate nella parte centrale della distribuzione occupazionale, e un aumento, al contempo, sia delle occupazioni associate a professioni manuali impiegate specialmente in servizi alla persona a bassa intensità di competenze, sia, all’estremo opposto, delle professioni associate ad elevate competenze di tipo concettuale e astratto. In un’importante contributo, Autor et al. [2003] mostrano per gli Stati Uniti, a partire dagli anni Ottanta, un legame tra il cambiamento nella struttura occupazionale e la diffusione delle tecnologie ICT. Gli autori partono dal presupposto che ogni lavoro sia scomponibile in varie mansioni e che le innovazioni tecnologiche della cosiddetta terza rivoluzione industriale possano, da un lato, sostituire alcune di queste mansioni e, dall’altro, essere complementari ad altre. In particolare, mansioni prevalentemente di tipo routinario, caratterizzate cioè da attività ripetute e, per loro natura, codificabili, sono sostituibili, in funzione del tipo di attività, da generici dispositivi elettronici programmabili o da complesse macchine di automazione, mentre mansioni tipiche delle professioni ad elevata qualifica, che richiedono competenze cognitive e di tipo creativo, risultano complementari alle tecnologie ICT che completano e rendono più produttive le mansioni di tipo concettuale. Coerentemente all’ipotesi di sostituibilità/complementarietà, gli autori trovano una graduale diminuzione della quota di lavori prevalentemente associati a mansioni routinarie e una crescita della quota di lavori prevalentemente associati a mansioni di tipo concettuale, astratto e non routinario. Il progresso tecnologico, il cui effetto sul mercato del lavoro è stato oggetto di notevole interesse a partire da economisti classici, come David Ricardo e Karl Marx, fino a John Maynard Keynes e Wassily Leontief, è quindi da qualche anno tornato ad essere centrale nel dibattito economico e sociale. Come sarà chiarito nel seguito, la crescita delle occupazioni associate a mansioni prevalentemente manuali e non routinarie è solo indirettamente legata al progresso tecnologico. La natura di quest’ultimo, infatti, lo rende un fattore sostituibile alle professioni caratterizzate da mansioni routinarie, il che ne motiva la denominazione di progresso tecnologico routine-biased technological change (RBTC) che ne ha dato la letteratura economica. Questa impostazione teorica, basata sul concetto di mansioni, supera la versione che aveva caratterizzato per decenni il legame tra progresso tecnico, domanda di lavoro e salari, denominata skill-biased technological change (SBTC). Secondo questa precedente impostazione, l’innovazione tecnologica, attraverso l’introduzione della robotica e dei computer, aveva elevato la produttività delle occupazioni ad alta qualifica, migliorandone le prospettive occupazionali e retributive a discapito delle altre professioni. In tal modo si veniva a creare una relazione crescente e monotona tra qualifiche e incremento delle quote occupazionali. Al contrario, il RBTP produce un incremento delle occupazioni a prevalente attività di tipo concettuale e una riduzione delle occupazioni routinarie, tipicamente a media qualifica, generando quindi una relazione non lineare tra qualifiche e variazione delle quote occupazionali. La non linearità è accentuata dalla crescita delle occupazioni a bassa qualifica che tuttavia, dal punto di vista teorico, è solo indirettamente legata al RBTP. Le spiegazioni si riallacciano infatti alla crescita della domanda di servizi, specialmente alla persona, proveniente dai lavoratori occupati in attività produttive ad elevato contenuto concettuale, alta produttività e retribuzione [Mazzolari e Ragusa, 2013]. Similmente i cambiamenti demografici e l’invecchiamento della popolazione tendono a favorire la crescita dei servizi assistenziali e alla persona, cioè attività manuali non routinarie, solo in minima parte sostituibili dalle tecnologie informatiche [Moreno-Galbis e Sopraseuth 2014]. Sulla falsariga dello studio di Autor et al. [2003], numerose analisi hanno confermato come la polarizzazione della domanda di lavoro rappresenti un fenomeno su scala globale, che ha coinvolto non solo gli Stati Uniti, ma anche diversi paesi europei [Goos e Manning 2007; Goos et al. 2009] seppur con intensità diversa da paese a paese. In questo contributo intendiamo analizzare, mediante i dati a nostra disposizione, il fenomeno della polarizzazione occupazionale in Europa. A tal fine, dapprimasi presenta l’evidenza empirica sulla polarizzazione in Italia (paragrafo 2) e in Europa e si introduce una misura del grado di routinizzazione (paragrafo 3). Successivamente, si presentano i risultati dell’analisi di shift share, che scompone la variazione dell’occupazione tra le componenti intra- e inter-settoriali (paragrafo 4) e le evidenze emerse da un’analisi di regressione che mette in luce le variabili correlate al processo di routinizzazione (paragrafo 5). Infine, si discute il legame tra routinizzazione e disoccupazione (paragrafo 6) e si presentano alcune riflessioni conclusive (paragrafo 7).
978-88-15-27922-4
Bosio, G., Cristini, A., Naticchioni, P., Vittori, C. (2018). La polarizzazione del mercato del lavoro in Europa. In Il Mercato Rende Disuguali? (pp. 151-172).
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11590/398413
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact