Macchia è parola sospetta, induce diffidenza e mette in allerta. In senso stretto, designa un’eccezione cromatica che interrompe la continuità di una superficie, perlopiù guastandola. Una macchia è perciò un’alterazione, la sua natura è quella del difetto: perché è un’anomalia; perché ha margini imprecisi e irregolari e la sua forma spesso sfugge alle tassonomie geometriche ortodosse; perché è imperfetta, al punto da connotare nel gergo pittorico una pennellata grossolana che fissi in modo approssimativo ciò che si intenda ritrarre; perché è imprevedibile, accidentale, inattesa, appare a seguito di incidenti, errori o patologie. Da qui la sua fatale declinazione morale, a dire quel che incrina la purezza della coscienza e perciò merita censura. Macchia è perciò un’entità fuori norma e controllo, estranea ai protocolli della regolarità, della corrrettezza e della previsione. «Per uso estensivo della voce precedente», la parola macchia è usata anche per indicare le boscaglie dense, diffuse sui litorali mediterranei, composte in prevalenza di specie legnose, con foglie fitte, persistenti e coriacee, consociazioni in apparenza informi, disordinate, così compatte da rendere difficile distinguere le singole piante e muoversi tra di esse. Di nascita e sviluppo spontanei, sono vieppiù considerate costitutivamente irregolari, informi, accidentali, fuori controllo. Sono macchie, per l’appunto, per aspetto, struttura e soprattutto per ethos. Non stupisce che la macchia-boscaglia sia luogo prediletto di fuorilegge, clandestini, fuggiaschi e latitanti, rifugio di chi viva nascosto per evitare sanzioni o reclusioni. È un altrove, un ambito a suo modo extraterritoriale, che si sottrae al vigore delle leggi che governano la civiltà. Macchia e selva sono perciò parole vicinissime, fuori e dentro metafora, e «darsi alla macchia» ha il significato di volgersi alla selva, inselvatichirsi. In senso stretto, significa fuggire e nascondersi. L’equivalente francese marronnage è parola storicamente più precisa: coniata per eco del colonialismo europeo nelle Americhe, può riferirsi ad animale domestico proveniente dalla ‘madre patria’ che abbia guadagnato una vita selvatica nelle ‘nuove terre’ oppure a umano deportato in schiavitù che sia riuscito a mettersi in fuga, riparando in luoghi comunemente inaccessibili, nelle macchie, per l’appunto. La loro è un’evasione ambientale e politica. Le selve cui si dirigono non sono i loro luoghi di provenienza; non vi è alcun ricongiungimento con una presunta natura originaria, nulla di familiare, nessuna normalità riguadagnata; nessun ripristino, piuttosto l’avvio di una condizione inedita, che porta con sé l’eccitazione della libertà e la paura della vulnerabilità e dell’incertezza. Così inteso, il darsi alla macchia allontana l’equivoco che rivolgersi alla selva abbia un inevitabile piglio reazionario e nostalgico. Viceversa, l’incontro con un habitat sconosciuto produce adattamenti inventivi che innescano inedite forme culturali e biologiche, sollecita la produzione di ibridi e genera innovazione per mezzo di creolizzazione. In questa accezione, l’inselvatichirsi ha un’enorme carica proiettiva, tutt’altro dalla retorica del ritorno nostalgico a una natura vergine, intonsa e primigenia. Implica un futuro inaudito e sprigiona tutto il potenziale perturbante della selva, che affascina e al contempo spaventa. Negli anni recenti, una ricca genealogia di progetti di paesaggi urbani fa della macchia, nelle accezioni evocate, una chiave per interpretare le tensioni di futuro della città del proprio tempo. Sono progetti per paesaggi imprecisi, difformi, anomali, solo in parte prevedibili, che destano sospetto e però attraggono con i loro avanzamenti. L’imprecisione e l’irregolarità derivano in massima parte dal proporsi come coralità inclusive di competenze e pulsioni molteplici e non esclusivamente umane, accogliendo il cambiamento e il verificarsi imprevisto di mutazioni, lievissime o profonde, come una condizione strutturale ed esistenziale. Sono progetti come campi negoziali di collaborazioni multispecifiche, in uno stato di perenne effervescenza che continuamente riscrive bordi, assetti, condizioni. Altresì, sono progetti per paesaggi come occasioni di evasione e di invenzione che deliberatamente sollecitano il manifestarsi del potere dirompente e gentile del corpo progettante e suggeriscono che geografie sottratte alla cattività della previsione prestazionale (tanto ambientale quanto sociale) trovano ancora campo nel selvatico delle città, altrove ovunque anestetizzate dalla sistematica somministrazione di sedativi e tranquillanti. Sono progetti ove i corpi sono invitati ad abitare in modo propositivo le selve delle città, evocando un potere di dislocazione immaginativa analogo al marronnage e producendo a propria volta ibridazioni biologiche, politiche ed estetiche.

Metta, A. (In corso di stampa). Macchia. In Selvario. Guida alle parole della selva. Sesto San Giovanni : Mimesis.

Macchia

annalisa metta
In corso di stampa

Abstract

Macchia è parola sospetta, induce diffidenza e mette in allerta. In senso stretto, designa un’eccezione cromatica che interrompe la continuità di una superficie, perlopiù guastandola. Una macchia è perciò un’alterazione, la sua natura è quella del difetto: perché è un’anomalia; perché ha margini imprecisi e irregolari e la sua forma spesso sfugge alle tassonomie geometriche ortodosse; perché è imperfetta, al punto da connotare nel gergo pittorico una pennellata grossolana che fissi in modo approssimativo ciò che si intenda ritrarre; perché è imprevedibile, accidentale, inattesa, appare a seguito di incidenti, errori o patologie. Da qui la sua fatale declinazione morale, a dire quel che incrina la purezza della coscienza e perciò merita censura. Macchia è perciò un’entità fuori norma e controllo, estranea ai protocolli della regolarità, della corrrettezza e della previsione. «Per uso estensivo della voce precedente», la parola macchia è usata anche per indicare le boscaglie dense, diffuse sui litorali mediterranei, composte in prevalenza di specie legnose, con foglie fitte, persistenti e coriacee, consociazioni in apparenza informi, disordinate, così compatte da rendere difficile distinguere le singole piante e muoversi tra di esse. Di nascita e sviluppo spontanei, sono vieppiù considerate costitutivamente irregolari, informi, accidentali, fuori controllo. Sono macchie, per l’appunto, per aspetto, struttura e soprattutto per ethos. Non stupisce che la macchia-boscaglia sia luogo prediletto di fuorilegge, clandestini, fuggiaschi e latitanti, rifugio di chi viva nascosto per evitare sanzioni o reclusioni. È un altrove, un ambito a suo modo extraterritoriale, che si sottrae al vigore delle leggi che governano la civiltà. Macchia e selva sono perciò parole vicinissime, fuori e dentro metafora, e «darsi alla macchia» ha il significato di volgersi alla selva, inselvatichirsi. In senso stretto, significa fuggire e nascondersi. L’equivalente francese marronnage è parola storicamente più precisa: coniata per eco del colonialismo europeo nelle Americhe, può riferirsi ad animale domestico proveniente dalla ‘madre patria’ che abbia guadagnato una vita selvatica nelle ‘nuove terre’ oppure a umano deportato in schiavitù che sia riuscito a mettersi in fuga, riparando in luoghi comunemente inaccessibili, nelle macchie, per l’appunto. La loro è un’evasione ambientale e politica. Le selve cui si dirigono non sono i loro luoghi di provenienza; non vi è alcun ricongiungimento con una presunta natura originaria, nulla di familiare, nessuna normalità riguadagnata; nessun ripristino, piuttosto l’avvio di una condizione inedita, che porta con sé l’eccitazione della libertà e la paura della vulnerabilità e dell’incertezza. Così inteso, il darsi alla macchia allontana l’equivoco che rivolgersi alla selva abbia un inevitabile piglio reazionario e nostalgico. Viceversa, l’incontro con un habitat sconosciuto produce adattamenti inventivi che innescano inedite forme culturali e biologiche, sollecita la produzione di ibridi e genera innovazione per mezzo di creolizzazione. In questa accezione, l’inselvatichirsi ha un’enorme carica proiettiva, tutt’altro dalla retorica del ritorno nostalgico a una natura vergine, intonsa e primigenia. Implica un futuro inaudito e sprigiona tutto il potenziale perturbante della selva, che affascina e al contempo spaventa. Negli anni recenti, una ricca genealogia di progetti di paesaggi urbani fa della macchia, nelle accezioni evocate, una chiave per interpretare le tensioni di futuro della città del proprio tempo. Sono progetti per paesaggi imprecisi, difformi, anomali, solo in parte prevedibili, che destano sospetto e però attraggono con i loro avanzamenti. L’imprecisione e l’irregolarità derivano in massima parte dal proporsi come coralità inclusive di competenze e pulsioni molteplici e non esclusivamente umane, accogliendo il cambiamento e il verificarsi imprevisto di mutazioni, lievissime o profonde, come una condizione strutturale ed esistenziale. Sono progetti come campi negoziali di collaborazioni multispecifiche, in uno stato di perenne effervescenza che continuamente riscrive bordi, assetti, condizioni. Altresì, sono progetti per paesaggi come occasioni di evasione e di invenzione che deliberatamente sollecitano il manifestarsi del potere dirompente e gentile del corpo progettante e suggeriscono che geografie sottratte alla cattività della previsione prestazionale (tanto ambientale quanto sociale) trovano ancora campo nel selvatico delle città, altrove ovunque anestetizzate dalla sistematica somministrazione di sedativi e tranquillanti. Sono progetti ove i corpi sono invitati ad abitare in modo propositivo le selve delle città, evocando un potere di dislocazione immaginativa analogo al marronnage e producendo a propria volta ibridazioni biologiche, politiche ed estetiche.
Metta, A. (In corso di stampa). Macchia. In Selvario. Guida alle parole della selva. Sesto San Giovanni : Mimesis.
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