Muovendo dalla crisi del progetto architettonico nella complessa condizione della città contemporanea, la ricerca – attraverso un metodo indiziario che dà valore a una serie di esempi apparentemente episodici di costruzione di spazi urbani collettivi – prova a costruire un insieme, che definisce “architetture devianti”. La ricerca evidenzia e cataloga le scelte progettuali che generano le devianze mostrando così che questi esempi, benché si “spostino dalla consuetudine”, continuano ad appartenere all’architettura e al mestiere dell’architetto. Secondo le suggestioni che Eduardo Vittoria proponeva già negli anni ’70, l’atto di “immaginare una cosa o uno stato di cose non ancora esistenti” nella contemporaneità sembra riferirsi, più che all’invenzione di nuove categorie, alla capacità di guardare con sguardi nuovi quello che esiste e, su questo, costruire “nuovi concatenamenti”, rapporti tra cose fino a quel momento considerate slegate, separate, sconnesse. La ricerca prova a muoversi in questa direzione all’interno di un campo che per sua natura ha confini mobili e sfocati (che si spostano continuamente al mutare delle condizioni al contorno), che è oggetto di continue ridefinizioni, di interpretazioni dissonanti e talvolta (e non così di rado) contrastanti tra di loro, a cui si assegnano compiti e responsabilità di volta in volta diversi: il progetto architettonico degli spazi urbani collettivi. Il lavoro non mira a costruire in astratto nuove definizioni o a dare disposizioni per la stesura di un “nuovo statuto” che definisca il ruolo dell’architettura, prova invece a osservare con uno sguardo diverso quello che sta già concretamente avvenendo in varie parti del mondo con l’obbiettivo di costruire un insieme nominabile, che viene chiamato “architetture devianti” (facendo riferimento proprio alla loro capacità di spostarsi dalla consuetudine conservando però appieno la loro natura di opere concrete, interne a una forma di disciplina e legata a un soggetto competente, l’architetto), attraverso l’identificazione di connessioni e assimilazioni tra cose diverse. Questo nuovo insieme prova a scovare e a descrivere alcuni possibili spazi di azione “inusuali” per la progettazione architettonica e, attraverso l’identificazione dei metodi e delle strategie messe in campo dai progettisti, a fornire una serie di suggerimenti progettuali che possano consentire (a chi vuole) di occupare questo spazio.
Pone, M. (2019). Architetture devianti. Il potenziale infrastrutturale dell’architettura.
Architetture devianti. Il potenziale infrastrutturale dell’architettura
maria pone
2019-04-19
Abstract
Muovendo dalla crisi del progetto architettonico nella complessa condizione della città contemporanea, la ricerca – attraverso un metodo indiziario che dà valore a una serie di esempi apparentemente episodici di costruzione di spazi urbani collettivi – prova a costruire un insieme, che definisce “architetture devianti”. La ricerca evidenzia e cataloga le scelte progettuali che generano le devianze mostrando così che questi esempi, benché si “spostino dalla consuetudine”, continuano ad appartenere all’architettura e al mestiere dell’architetto. Secondo le suggestioni che Eduardo Vittoria proponeva già negli anni ’70, l’atto di “immaginare una cosa o uno stato di cose non ancora esistenti” nella contemporaneità sembra riferirsi, più che all’invenzione di nuove categorie, alla capacità di guardare con sguardi nuovi quello che esiste e, su questo, costruire “nuovi concatenamenti”, rapporti tra cose fino a quel momento considerate slegate, separate, sconnesse. La ricerca prova a muoversi in questa direzione all’interno di un campo che per sua natura ha confini mobili e sfocati (che si spostano continuamente al mutare delle condizioni al contorno), che è oggetto di continue ridefinizioni, di interpretazioni dissonanti e talvolta (e non così di rado) contrastanti tra di loro, a cui si assegnano compiti e responsabilità di volta in volta diversi: il progetto architettonico degli spazi urbani collettivi. Il lavoro non mira a costruire in astratto nuove definizioni o a dare disposizioni per la stesura di un “nuovo statuto” che definisca il ruolo dell’architettura, prova invece a osservare con uno sguardo diverso quello che sta già concretamente avvenendo in varie parti del mondo con l’obbiettivo di costruire un insieme nominabile, che viene chiamato “architetture devianti” (facendo riferimento proprio alla loro capacità di spostarsi dalla consuetudine conservando però appieno la loro natura di opere concrete, interne a una forma di disciplina e legata a un soggetto competente, l’architetto), attraverso l’identificazione di connessioni e assimilazioni tra cose diverse. Questo nuovo insieme prova a scovare e a descrivere alcuni possibili spazi di azione “inusuali” per la progettazione architettonica e, attraverso l’identificazione dei metodi e delle strategie messe in campo dai progettisti, a fornire una serie di suggerimenti progettuali che possano consentire (a chi vuole) di occupare questo spazio.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


