Teresa ha quarant’anni e da dodici vive per strada . La sua infanzia e adolescenza sono state segnate da abbandoni e profonde sofferenze, che l’hanno accompagnata fino all’età adulta. È arrivata a Roma nel 2013, senza una casa né un lavoro e, da allora, ha imparato a sopravvivere ai margini. Conosce bene i turni della Caritas ed ogni angolo della stazione Termini, dove cerca di racimolare qualche soldo chiedendo l’elemosina presso le biglietterie self-service. Dall’ottobre del 2017 al settembre del 2024, Teresa è stata destinataria di 125 ordini di allontanamento (c.d. mini-Daspo), accumulando nei riguardi del Comune di Roma sanzioni pecuniarie per migliaia di euro. Nei verbali, la condotta contestata è sempre la medesima: l’essere stata “sorpresa all’ingresso dello scalo ferroviario intenta a infastidire i viaggiatori in attesa della partenza, oltre ad ostruire l’accesso alla suddetta struttura”. Teresa è pienamente consapevole del carattere sproporzionato delle misure che la colpiscono e rivendica il diritto di rimanere in uno spazio in cui è riuscita a costruire una forma di vita, fatta di strategie di resistenza e di legami di solidarietà con gli altri abitanti di quel microcosmo urbano che è la stazione ferroviaria. Avverte come paradossale che la sua semplice presenza venga colpita con tanta severità, ed ha ragione a ritenere la propria vicenda emblematica: essa è in grado di mostrare plasticamente la selettività del nostro sistema punitivo e quella gestione differenziale degli “illegalismi” che porta a sanzionare con severità condotte inoffensive poste in essere dalle soggettività marginalizzate. Anche per questo Teresa non ha timore di battersi contro questi provvedimenti che vorrebbero espellerla dall’unico luogo della città che le è familiare. Il suo centoventicinquesimo “ordine di allontanamento” è stato impugnato: un ricorso è, ora, pendente dinanzi al Giudice Amministrativo, nell’ambito del quale è stata anche proposta questione di legittimità costituzionale sulla disciplina del Daspo urbano . La storia di Teresa -nella sua essenzialità fattuale e nella sua forza simbolica- non è solo la narrazione di un destino individuale. Essa rappresenta, piuttosto, un osservatorio privilegiato sulle logiche che governano i dispositivi contemporanei di controllo delle marginalità: la selettività dell’intervento repressivo, la costruzione giuridica della “pericolosità” come categoria elastica e performativa, la normalizzazione dell’arbitrio amministrativo nelle zone periferiche dello spazio giuridico. È da questo snodo empirico che prende avvio la presente ricerca. L’assunto da cui muoviamo è che il Daspo urbano non costituisca un fenomeno contingente né un accidente normativo, ma l’ultima espressione di un più ampio e stratificato processo storico di governo punitivo della povertà. Comprendere la logica che lo rende possibile richiede, dunque, di interrogare genealogicamente i dispositivi di controllo delle soggettività marginali. L’analisi storica non è adottata per finalità meramente illustrative, bensì per la sua funzione euristica: ricostruire la formazione e la trasformazione dei meccanismi di gestione della povertà consente, infatti, di problematizzare il presente e di mettere a fuoco gli elementi di continuità e di rottura che caratterizzano l’attuale apparato preventivo e repressivo. In questo senso, tornare alle origini del diritto penale e delle istituzioni disciplinari significa adottare una prospettiva genealogica capace di far emergere le logiche di potere che persistono -pur trasformate- nei dispositivi contemporanei. È proprio questa operazione a consentire la lettura critica delle tensioni che attraversano, oggi, i sistemi democratici e a permettere di riconoscere quei “residui assolutistici” che continuano ad affiorare entro ordinamenti formalmente vincolati ai principi dello Stato costituzionale di diritto. Per seguire questa traiettoria interpretativa, il lavoro è, pertanto, articolato in due parti tra loro strettamente connesse. La prima parte, Dove il potere ha imparato a punire, adotta una prospettiva storico-genealogica e ricostruisce l’evoluzione dei dispositivi di governo della povertà tra tardo medioevo ed età moderna, nei contesti di Inghilterra, Paesi Bassi e Italia. L’obiettivo è mostrare come proprio i “margini” della società abbiano costituito un laboratorio privilegiato per la sperimentazione dei sistemi punitivi. La seconda parte, Del punire senza il penale, si concentra invece sul presente e analizza la genesi e l’evoluzione dell’apparato preventivo italiano, con particolare attenzione al Daspo urbano. Si indagano le basi normative del sistema delle misure di prevenzione, l’orientamento della dottrina e della giurisprudenza, nonché le tensioni che tali strumenti generano rispetto ai principi costituzionali. In questa prospettiva, il lavoro intende mettere in luce i rischi connessi alla stabilizzazione di dispositivi punitivi che riproducono schemi d’eccezione e che, nel governare le marginalità, consolidano un regime di legalità differenziata destinato a incrinare dall’interno l’architettura dello Stato di diritto.

Borlizzi, F. (2025). Il margine e la norma : povertà e sistemi punitivi dal Medioevo all'età contemporanea.

Il margine e la norma : povertà e sistemi punitivi dal Medioevo all'età contemporanea

BORLIZZI, FEDERICA
2025-12-13

Abstract

Teresa ha quarant’anni e da dodici vive per strada . La sua infanzia e adolescenza sono state segnate da abbandoni e profonde sofferenze, che l’hanno accompagnata fino all’età adulta. È arrivata a Roma nel 2013, senza una casa né un lavoro e, da allora, ha imparato a sopravvivere ai margini. Conosce bene i turni della Caritas ed ogni angolo della stazione Termini, dove cerca di racimolare qualche soldo chiedendo l’elemosina presso le biglietterie self-service. Dall’ottobre del 2017 al settembre del 2024, Teresa è stata destinataria di 125 ordini di allontanamento (c.d. mini-Daspo), accumulando nei riguardi del Comune di Roma sanzioni pecuniarie per migliaia di euro. Nei verbali, la condotta contestata è sempre la medesima: l’essere stata “sorpresa all’ingresso dello scalo ferroviario intenta a infastidire i viaggiatori in attesa della partenza, oltre ad ostruire l’accesso alla suddetta struttura”. Teresa è pienamente consapevole del carattere sproporzionato delle misure che la colpiscono e rivendica il diritto di rimanere in uno spazio in cui è riuscita a costruire una forma di vita, fatta di strategie di resistenza e di legami di solidarietà con gli altri abitanti di quel microcosmo urbano che è la stazione ferroviaria. Avverte come paradossale che la sua semplice presenza venga colpita con tanta severità, ed ha ragione a ritenere la propria vicenda emblematica: essa è in grado di mostrare plasticamente la selettività del nostro sistema punitivo e quella gestione differenziale degli “illegalismi” che porta a sanzionare con severità condotte inoffensive poste in essere dalle soggettività marginalizzate. Anche per questo Teresa non ha timore di battersi contro questi provvedimenti che vorrebbero espellerla dall’unico luogo della città che le è familiare. Il suo centoventicinquesimo “ordine di allontanamento” è stato impugnato: un ricorso è, ora, pendente dinanzi al Giudice Amministrativo, nell’ambito del quale è stata anche proposta questione di legittimità costituzionale sulla disciplina del Daspo urbano . La storia di Teresa -nella sua essenzialità fattuale e nella sua forza simbolica- non è solo la narrazione di un destino individuale. Essa rappresenta, piuttosto, un osservatorio privilegiato sulle logiche che governano i dispositivi contemporanei di controllo delle marginalità: la selettività dell’intervento repressivo, la costruzione giuridica della “pericolosità” come categoria elastica e performativa, la normalizzazione dell’arbitrio amministrativo nelle zone periferiche dello spazio giuridico. È da questo snodo empirico che prende avvio la presente ricerca. L’assunto da cui muoviamo è che il Daspo urbano non costituisca un fenomeno contingente né un accidente normativo, ma l’ultima espressione di un più ampio e stratificato processo storico di governo punitivo della povertà. Comprendere la logica che lo rende possibile richiede, dunque, di interrogare genealogicamente i dispositivi di controllo delle soggettività marginali. L’analisi storica non è adottata per finalità meramente illustrative, bensì per la sua funzione euristica: ricostruire la formazione e la trasformazione dei meccanismi di gestione della povertà consente, infatti, di problematizzare il presente e di mettere a fuoco gli elementi di continuità e di rottura che caratterizzano l’attuale apparato preventivo e repressivo. In questo senso, tornare alle origini del diritto penale e delle istituzioni disciplinari significa adottare una prospettiva genealogica capace di far emergere le logiche di potere che persistono -pur trasformate- nei dispositivi contemporanei. È proprio questa operazione a consentire la lettura critica delle tensioni che attraversano, oggi, i sistemi democratici e a permettere di riconoscere quei “residui assolutistici” che continuano ad affiorare entro ordinamenti formalmente vincolati ai principi dello Stato costituzionale di diritto. Per seguire questa traiettoria interpretativa, il lavoro è, pertanto, articolato in due parti tra loro strettamente connesse. La prima parte, Dove il potere ha imparato a punire, adotta una prospettiva storico-genealogica e ricostruisce l’evoluzione dei dispositivi di governo della povertà tra tardo medioevo ed età moderna, nei contesti di Inghilterra, Paesi Bassi e Italia. L’obiettivo è mostrare come proprio i “margini” della società abbiano costituito un laboratorio privilegiato per la sperimentazione dei sistemi punitivi. La seconda parte, Del punire senza il penale, si concentra invece sul presente e analizza la genesi e l’evoluzione dell’apparato preventivo italiano, con particolare attenzione al Daspo urbano. Si indagano le basi normative del sistema delle misure di prevenzione, l’orientamento della dottrina e della giurisprudenza, nonché le tensioni che tali strumenti generano rispetto ai principi costituzionali. In questa prospettiva, il lavoro intende mettere in luce i rischi connessi alla stabilizzazione di dispositivi punitivi che riproducono schemi d’eccezione e che, nel governare le marginalità, consolidano un regime di legalità differenziata destinato a incrinare dall’interno l’architettura dello Stato di diritto.
13-dic-2025
37
DISCIPLINE GIURIDICHE
povertà; sistemi punitivi; economia politica della pena; governamentalità
GONNELLA, PATRIZIO
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