La ricerca ha per oggetto le modificazioni legislative dei contratti in corso di esecuzione, ossia il fenomeno per cui il legislatore, in nome di interessi generali sopravvenuti, incide autoritativamente sul regolamento negoziale, vincolando le parti a un contenuto diverso da quello originariamente pattuito. Il lavoro si propone di individuare i limiti entro cui tale intervento può ritenersi legittimo e i rimedi esperibili dal contraente pregiudicato. Il primo capitolo ricostruisce l'evoluzione dell'autonomia privata dal dogma ottocentesco della volontà all'attuale configurazione di autonomia "relativa", plasmata dall'intervento pubblico. Con il passaggio dallo Stato dirigista allo Stato regolatore, il contratto è divenuto strumento di regolazione del mercato, secondo il paradigma del "diritto privato regolatorio". Particolare attenzione è dedicata all'integrazione del contratto mediante atti delle Autorità indipendenti ex art. 1339 c.c.: l'analisi evidenzia come il dibattito dottrinale e giurisprudenziale, concentrato sul profilo della gerarchia delle fonti, abbia trascurato gli effetti retroattivi dell'intervento eteronomo e il bilanciamento con il legittimo affidamento dei privati. Il secondo capitolo esamina la disciplina codicistica delle sopravvenienze nei contratti di durata, verificando l'inidoneità degli strumenti di diritto comune a governare il fenomeno delle sopravvenienze normative. Il terzo capitolo affronta la retroattività della legge civile, priva di copertura costituzionale a differenza di quella penale. L'esame della giurisprudenza costituzionale — dalla sentenza n. 118 del 1957 ai più recenti approdi — mostra come i criteri elaborati dalla Consulta (ragionevolezza, certezza del diritto, legittimo affidamento) restino indeterminati e si prestino a esiti applicativi non uniformi. Si aderisce, pertanto, alla tesi dottrinale dell'"accantonamento" della retroattività: il disvalore della norma retroattiva non risiede nella sua efficacia temporale, ma nella lesione di interessi costituzionalmente protetti, sicché la questione va risolta mediante un bilanciamento concreto tra interesse pubblico sopravvenuto e diritti incisi. Il quarto capitolo sottopone tali categorie alla verifica casistica, assumendo a paradigma le concessioni di giochi e scommesse pubbliche: dalla sentenza n. 56 del 2015 della Corte costituzionale, alla vicenda del prelievo di 500 milioni di euro imposto dall'art. 1, comma 649, della legge n. 190 del 2014, sino alla pronuncia della Corte di Giustizia (cause riunite C-475/20 – C-482/20) e alle decisioni del Consiglio di Stato dell'aprile 2025. L'analisi conferma lo spostamento del baricentro dal dato temporale al giudizio di bilanciamento, ma ne rivela l'applicazione incompiuta, come emerge dal confronto con i precedenti di segno opposto (sentt. nn. 92/2013 e 108/2016). Nelle riflessioni conclusive si sostiene che, anche quando la modificazione legislativa sia giustificata da interessi generali poziori, il sacrificio non possa gravare sul singolo contraente, ma debba essere redistribuito sulla collettività secondo un criterio di giustizia distributiva, mediante la corresponsione di un indennizzo. Tale principio generale è ricavabile dal diritto positivo (art. 21-quinquies della legge n. 241/1990, art. 190 del Codice dei contratti pubblici, disciplina dell'indennità per imposizione di servitù) e costituisce l'unico strumento idoneo ad assicurare una tutela effettiva al privato, che non potrebbe ottenere né la caducazione del contratto ex art. 1419, secondo comma, c.c., né sollevare autonomamente questione di legittimità costituzionale.
Borsotti, L. (2026). Le modifiche legislative sul contenuto del contratto.
Le modifiche legislative sul contenuto del contratto
Luca Borsotti
2026-07-08
Abstract
La ricerca ha per oggetto le modificazioni legislative dei contratti in corso di esecuzione, ossia il fenomeno per cui il legislatore, in nome di interessi generali sopravvenuti, incide autoritativamente sul regolamento negoziale, vincolando le parti a un contenuto diverso da quello originariamente pattuito. Il lavoro si propone di individuare i limiti entro cui tale intervento può ritenersi legittimo e i rimedi esperibili dal contraente pregiudicato. Il primo capitolo ricostruisce l'evoluzione dell'autonomia privata dal dogma ottocentesco della volontà all'attuale configurazione di autonomia "relativa", plasmata dall'intervento pubblico. Con il passaggio dallo Stato dirigista allo Stato regolatore, il contratto è divenuto strumento di regolazione del mercato, secondo il paradigma del "diritto privato regolatorio". Particolare attenzione è dedicata all'integrazione del contratto mediante atti delle Autorità indipendenti ex art. 1339 c.c.: l'analisi evidenzia come il dibattito dottrinale e giurisprudenziale, concentrato sul profilo della gerarchia delle fonti, abbia trascurato gli effetti retroattivi dell'intervento eteronomo e il bilanciamento con il legittimo affidamento dei privati. Il secondo capitolo esamina la disciplina codicistica delle sopravvenienze nei contratti di durata, verificando l'inidoneità degli strumenti di diritto comune a governare il fenomeno delle sopravvenienze normative. Il terzo capitolo affronta la retroattività della legge civile, priva di copertura costituzionale a differenza di quella penale. L'esame della giurisprudenza costituzionale — dalla sentenza n. 118 del 1957 ai più recenti approdi — mostra come i criteri elaborati dalla Consulta (ragionevolezza, certezza del diritto, legittimo affidamento) restino indeterminati e si prestino a esiti applicativi non uniformi. Si aderisce, pertanto, alla tesi dottrinale dell'"accantonamento" della retroattività: il disvalore della norma retroattiva non risiede nella sua efficacia temporale, ma nella lesione di interessi costituzionalmente protetti, sicché la questione va risolta mediante un bilanciamento concreto tra interesse pubblico sopravvenuto e diritti incisi. Il quarto capitolo sottopone tali categorie alla verifica casistica, assumendo a paradigma le concessioni di giochi e scommesse pubbliche: dalla sentenza n. 56 del 2015 della Corte costituzionale, alla vicenda del prelievo di 500 milioni di euro imposto dall'art. 1, comma 649, della legge n. 190 del 2014, sino alla pronuncia della Corte di Giustizia (cause riunite C-475/20 – C-482/20) e alle decisioni del Consiglio di Stato dell'aprile 2025. L'analisi conferma lo spostamento del baricentro dal dato temporale al giudizio di bilanciamento, ma ne rivela l'applicazione incompiuta, come emerge dal confronto con i precedenti di segno opposto (sentt. nn. 92/2013 e 108/2016). Nelle riflessioni conclusive si sostiene che, anche quando la modificazione legislativa sia giustificata da interessi generali poziori, il sacrificio non possa gravare sul singolo contraente, ma debba essere redistribuito sulla collettività secondo un criterio di giustizia distributiva, mediante la corresponsione di un indennizzo. Tale principio generale è ricavabile dal diritto positivo (art. 21-quinquies della legge n. 241/1990, art. 190 del Codice dei contratti pubblici, disciplina dell'indennità per imposizione di servitù) e costituisce l'unico strumento idoneo ad assicurare una tutela effettiva al privato, che non potrebbe ottenere né la caducazione del contratto ex art. 1419, secondo comma, c.c., né sollevare autonomamente questione di legittimità costituzionale.| File | Dimensione | Formato | |
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