Il dibattito sul rapporto tra università e territorio si è avvalso negli ultimi decenni del contributo di molteplici prospettive disciplinari: anche considerando soltanto le sociologie, se ne sono occupate, a vario titolo, la sociologia dell’educazione, la sociologia delle organizzazioni, la sociologia urbana, la sociologia culturale e la sociologia generale. Si tratta di un dibattito molto vitale, consolidato e variegato, che fa della multidisciplinarietà il suo perno fondamentale. Alcuni concetti - provenienti appunto da contesti disciplinari dissimili, ma fra loro fecondi - hanno rappresentato punti di svolta o perlomeno punti di riferimento fondamentali, come ad esempio quello di “città creativa” (Landry, 2000; Hall, 2000; Florida, 2002; Florida, 2003), a cui si può affiancare quello altrettanto efficace di “città della conoscenza”. Non desidero in nessun modo entrare nell’annoso dibattito che sul fronte dei vari settori disciplinari si è scatenato pro e contro il concetto di città creativa ridotto a “Plastikwort” (Pörksen, 1989), abusata dai tecnocrati e defraudata del suo significato originario. Resta il fatto che questo termine, pur quanto impoverito possa risultare, ha avviato una serie di studi che ci hanno restituito una parte importante della riflessione sul rapporto vivente tra centri di produzione creativa e culturale da una parte e tessuto urbano dall’altra. Da questo tipo di contributi, infatti, pur nella differenza delle prospettive, emerge un’idea di città intesa come tessuto urbano vitale che si nutre e si moltiplica sinergicamente laddove, fra le altre condizioni, il capitale umano concentra alti tassi di creatività delle conoscenze. In pratica una delle condizioni favorevoli al sorgere e al dispiegarsi delle città creative è proprio l’alto tasso di concentrazione di lavoratori/abitanti che producono conoscenze e le diffondono sui territori, come - ad esempio facendo riferimento al caso che qui più ci interessa - la presenza di grandi centri universitari capaci di trasformarsi in motori di trasformazione sociale. In altri termini e alla fine di tutti i possibili e legittimi distinguo, possiamo guardare ad un sistema università come quello di Roma Tre usando una qualche riformulazione - adeguata al nostro contesto empirico – del concetto di città creativa? Se lo riformuliamo con le dovute cautele e lo caliamo nello spirito profondamente democratico e innovativo che ha caratterizzato il progetto di rigenerazione urbana che l’Ateneo Roma Tre, insieme a Roma Capitale, all’VIII Municipio e agli altri Municipi che insistono sul suo territorio di riferimento, ha portato avanti negli ultimi trent’anni, la risposta è certamente positiva.
Tota, A.L. (2026). "Città creative" e rigenerazione urbana: Roma Tre come "ecosistema universitario". In Anna Laura Palazzo e Romina D'Ascanio (a cura di), Ecosistema Ostiense. Spazio di reti e relazioni (pp. 139-148). Roma : Roma Tre Press [10.13134/979-12-5977-658-7].
"Città creative" e rigenerazione urbana: Roma Tre come "ecosistema universitario"
Anna Lisa Tota
2026-01-01
Abstract
Il dibattito sul rapporto tra università e territorio si è avvalso negli ultimi decenni del contributo di molteplici prospettive disciplinari: anche considerando soltanto le sociologie, se ne sono occupate, a vario titolo, la sociologia dell’educazione, la sociologia delle organizzazioni, la sociologia urbana, la sociologia culturale e la sociologia generale. Si tratta di un dibattito molto vitale, consolidato e variegato, che fa della multidisciplinarietà il suo perno fondamentale. Alcuni concetti - provenienti appunto da contesti disciplinari dissimili, ma fra loro fecondi - hanno rappresentato punti di svolta o perlomeno punti di riferimento fondamentali, come ad esempio quello di “città creativa” (Landry, 2000; Hall, 2000; Florida, 2002; Florida, 2003), a cui si può affiancare quello altrettanto efficace di “città della conoscenza”. Non desidero in nessun modo entrare nell’annoso dibattito che sul fronte dei vari settori disciplinari si è scatenato pro e contro il concetto di città creativa ridotto a “Plastikwort” (Pörksen, 1989), abusata dai tecnocrati e defraudata del suo significato originario. Resta il fatto che questo termine, pur quanto impoverito possa risultare, ha avviato una serie di studi che ci hanno restituito una parte importante della riflessione sul rapporto vivente tra centri di produzione creativa e culturale da una parte e tessuto urbano dall’altra. Da questo tipo di contributi, infatti, pur nella differenza delle prospettive, emerge un’idea di città intesa come tessuto urbano vitale che si nutre e si moltiplica sinergicamente laddove, fra le altre condizioni, il capitale umano concentra alti tassi di creatività delle conoscenze. In pratica una delle condizioni favorevoli al sorgere e al dispiegarsi delle città creative è proprio l’alto tasso di concentrazione di lavoratori/abitanti che producono conoscenze e le diffondono sui territori, come - ad esempio facendo riferimento al caso che qui più ci interessa - la presenza di grandi centri universitari capaci di trasformarsi in motori di trasformazione sociale. In altri termini e alla fine di tutti i possibili e legittimi distinguo, possiamo guardare ad un sistema università come quello di Roma Tre usando una qualche riformulazione - adeguata al nostro contesto empirico – del concetto di città creativa? Se lo riformuliamo con le dovute cautele e lo caliamo nello spirito profondamente democratico e innovativo che ha caratterizzato il progetto di rigenerazione urbana che l’Ateneo Roma Tre, insieme a Roma Capitale, all’VIII Municipio e agli altri Municipi che insistono sul suo territorio di riferimento, ha portato avanti negli ultimi trent’anni, la risposta è certamente positiva.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


