This essay - published in a collection of essays honouring the scholarly work of Matteo Sanfilippo - examines the figure of the historian in time-travel fiction, exploring its epistemological functions and ethical implications. Through a comparative reading of works by Mark Twain, H.G. Wells, Jack Finney and Connie Willis, it distinguishes accidental journeys from organised expeditions and identifies travel to a documented past as a decisive condition for the involvement of historical expertise. The analysis, supported by large language models used as research assistants and by direct verification of the passages identified, traces the different roles assigned to historians: advisers, research sponsors, experimenters, custodians of the past and travelling witnesses. Finney’s novels foreground the tension between expanding historical knowledge and risking interference with past events; in Willis’s fiction, direct experience of the past exposes the fallibility of academic reconstructions and reasserts the importance of testimony. Time travel thus becomes a narrative device for testing the foundations of historical inquiry, from the mediation of sources to the observer’s critical distance. Direct access to events neither dispenses with interpretation nor guarantees morally sound decisions. Time-travel fiction consequently presents historians as both indispensable and insufficient: their expertise makes the past intelligible, yet cannot yield unequivocal interpretations or determine the right course of action. Their role entails mediation between knowledge, the preservation of memory and responsibility for intervention.

Il contributo - pubblicato nell'ambito di un volume miscellaneo di omaggio al lavoro di Matteo Sanfilippo - esamina la figura dello storico nella narrativa sui viaggi nel tempo, interrogandone le funzioni conoscitive e le implicazioni etiche. Attraverso una lettura comparata di opere di Mark Twain, H.G. Wells, Jack Finney e Connie Willis, distingue i viaggi accidentali da quelli organizzati e individua nella destinazione verso un passato documentato una condizione decisiva per il coinvolgimento della competenza storica. L’analisi, condotta anche con il supporto di grandi modelli linguistici come assistenti di ricerca e con verifica diretta dei passi individuati, ricostruisce i diversi ruoli attribuiti agli storici: consulenti, committenti, sperimentatori, custodi del passato e viaggiatori-testimoni. Nei romanzi di Finney emerge la tensione fra l’ampliamento della conoscenza e il rischio di alterare gli eventi; in Willis, l’esperienza del passato rivela invece la fallibilità delle ricostruzioni accademiche e restituisce centralità alla testimonianza. Il viaggio nel tempo diventa così un dispositivo narrativo per mettere alla prova i presupposti del lavoro storico, dalla mediazione delle fonti alla distanza critica dell’osservatore. L’accesso diretto agli eventi non elimina la necessità dell’interpretazione né garantisce scelte moralmente corrette. La narrativa temporale presenta pertanto lo storico come una figura insieme indispensabile e insufficiente, chiamata a mediare fra conoscenza, conservazione della memoria e responsabilità dell’azione.

Roncaglia, G. (2026). Sull'utilità (e il danno) degli storici nell'organizzare viaggi nel tempo. In Federico Meschini e Stefano Pifferi (a cura di), Dalla Storia alle storie (pp. 223-236). Viterbo : Sette Città.

Sull'utilità (e il danno) degli storici nell'organizzare viaggi nel tempo

Gino Roncaglia
2026-01-01

Abstract

This essay - published in a collection of essays honouring the scholarly work of Matteo Sanfilippo - examines the figure of the historian in time-travel fiction, exploring its epistemological functions and ethical implications. Through a comparative reading of works by Mark Twain, H.G. Wells, Jack Finney and Connie Willis, it distinguishes accidental journeys from organised expeditions and identifies travel to a documented past as a decisive condition for the involvement of historical expertise. The analysis, supported by large language models used as research assistants and by direct verification of the passages identified, traces the different roles assigned to historians: advisers, research sponsors, experimenters, custodians of the past and travelling witnesses. Finney’s novels foreground the tension between expanding historical knowledge and risking interference with past events; in Willis’s fiction, direct experience of the past exposes the fallibility of academic reconstructions and reasserts the importance of testimony. Time travel thus becomes a narrative device for testing the foundations of historical inquiry, from the mediation of sources to the observer’s critical distance. Direct access to events neither dispenses with interpretation nor guarantees morally sound decisions. Time-travel fiction consequently presents historians as both indispensable and insufficient: their expertise makes the past intelligible, yet cannot yield unequivocal interpretations or determine the right course of action. Their role entails mediation between knowledge, the preservation of memory and responsibility for intervention.
2026
9791255242673
Il contributo - pubblicato nell'ambito di un volume miscellaneo di omaggio al lavoro di Matteo Sanfilippo - esamina la figura dello storico nella narrativa sui viaggi nel tempo, interrogandone le funzioni conoscitive e le implicazioni etiche. Attraverso una lettura comparata di opere di Mark Twain, H.G. Wells, Jack Finney e Connie Willis, distingue i viaggi accidentali da quelli organizzati e individua nella destinazione verso un passato documentato una condizione decisiva per il coinvolgimento della competenza storica. L’analisi, condotta anche con il supporto di grandi modelli linguistici come assistenti di ricerca e con verifica diretta dei passi individuati, ricostruisce i diversi ruoli attribuiti agli storici: consulenti, committenti, sperimentatori, custodi del passato e viaggiatori-testimoni. Nei romanzi di Finney emerge la tensione fra l’ampliamento della conoscenza e il rischio di alterare gli eventi; in Willis, l’esperienza del passato rivela invece la fallibilità delle ricostruzioni accademiche e restituisce centralità alla testimonianza. Il viaggio nel tempo diventa così un dispositivo narrativo per mettere alla prova i presupposti del lavoro storico, dalla mediazione delle fonti alla distanza critica dell’osservatore. L’accesso diretto agli eventi non elimina la necessità dell’interpretazione né garantisce scelte moralmente corrette. La narrativa temporale presenta pertanto lo storico come una figura insieme indispensabile e insufficiente, chiamata a mediare fra conoscenza, conservazione della memoria e responsabilità dell’azione.
Roncaglia, G. (2026). Sull'utilità (e il danno) degli storici nell'organizzare viaggi nel tempo. In Federico Meschini e Stefano Pifferi (a cura di), Dalla Storia alle storie (pp. 223-236). Viterbo : Sette Città.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11590/562516
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