La periferia intesa come condizione geografica, punto distante da un centro, non può più essere l’argomento dal quale partire. Il corpo della città fatto di lamiere, baracche, sentieri sterrati, marrane era più semplice da spiegare guardandolo dal centro: ci restituiva una geografia degli opposti, che per questo era di per sé chiara. C’era il fronte della città che avanzava, per frammenti ed eruzioni come ferite che si aprivano nel suolo della campagna romana ancora integra. Così Pasolini poteva invitare il turista o il cittadino borghese a prendere un autobus per spostarsi dal centro verso i margini della città. Oggi il fronte della città si è spezzato, non esiste più come limite fisico esterno che avanza verso la campagna ma l’attraversa dall’interno, evidenziandone un groviglio di frammenti nelle quali essa è esplosa. Il fonte si insinua nella discontinuità di questa geografia interrotta confondendo i concetti di centro e periferia. La periferia è nella compressione diffusa delle forme dell’abitare determinata da un mercato immobiliare sempre più squilibrato, cui corrispondono esperienze di resistenza creativa generalmente assenti nelle rappresentazioni comuni. La periferie è infine iscritta sul corpo dei soggetti che abitano la dimensione urbana, nei termini di una condizione di rischio generalizzato che coinvolge ormai maggioranze tendenziali della società urbana. Si tratta quindi di assumere un nuovo orientamento che guardi alla periferia come a un campo complesso di problemi e condizioni non semplicemente riducibili ai modi dello spazio. Certo, non si vuole sostituire una vecchia riduzione con una nuova assolutizzazione: in questo senso, l’enfasi sui soggetti, pratiche, atteggiamenti e condizioni non intende in alcun modo mettere in ombra l’efficacia euristica di cui può essere portatore, in alcune situazioni determinate, un approccio tradizionalmente spaziale al problema della periferia. Ci è sembrato però che questo nuovo sguardo, di cui approfondiremo meglio i caratteri nel corso della trattazione potesse essere la chiave per accedere a una reinterpretazione della parola periferia in grado di rendere conto con maggiore efficacia di una realtà urbana complessa e in divenire come è quella della città di Roma.

CAUDO G (2006). Periferie di cosa? Roma e la condizione periferica. PAROLECHIAVE, 36, 97-115.

Periferie di cosa? Roma e la condizione periferica

CAUDO, GIOVANNI
2006

Abstract

La periferia intesa come condizione geografica, punto distante da un centro, non può più essere l’argomento dal quale partire. Il corpo della città fatto di lamiere, baracche, sentieri sterrati, marrane era più semplice da spiegare guardandolo dal centro: ci restituiva una geografia degli opposti, che per questo era di per sé chiara. C’era il fronte della città che avanzava, per frammenti ed eruzioni come ferite che si aprivano nel suolo della campagna romana ancora integra. Così Pasolini poteva invitare il turista o il cittadino borghese a prendere un autobus per spostarsi dal centro verso i margini della città. Oggi il fronte della città si è spezzato, non esiste più come limite fisico esterno che avanza verso la campagna ma l’attraversa dall’interno, evidenziandone un groviglio di frammenti nelle quali essa è esplosa. Il fonte si insinua nella discontinuità di questa geografia interrotta confondendo i concetti di centro e periferia. La periferia è nella compressione diffusa delle forme dell’abitare determinata da un mercato immobiliare sempre più squilibrato, cui corrispondono esperienze di resistenza creativa generalmente assenti nelle rappresentazioni comuni. La periferie è infine iscritta sul corpo dei soggetti che abitano la dimensione urbana, nei termini di una condizione di rischio generalizzato che coinvolge ormai maggioranze tendenziali della società urbana. Si tratta quindi di assumere un nuovo orientamento che guardi alla periferia come a un campo complesso di problemi e condizioni non semplicemente riducibili ai modi dello spazio. Certo, non si vuole sostituire una vecchia riduzione con una nuova assolutizzazione: in questo senso, l’enfasi sui soggetti, pratiche, atteggiamenti e condizioni non intende in alcun modo mettere in ombra l’efficacia euristica di cui può essere portatore, in alcune situazioni determinate, un approccio tradizionalmente spaziale al problema della periferia. Ci è sembrato però che questo nuovo sguardo, di cui approfondiremo meglio i caratteri nel corso della trattazione potesse essere la chiave per accedere a una reinterpretazione della parola periferia in grado di rendere conto con maggiore efficacia di una realtà urbana complessa e in divenire come è quella della città di Roma.
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