La “malattia del corpo”, la “malattia dell’anima” e la felicità: interviste narrative a Roma Il difficile rapporto degli uomini di oggi con gli eventi dolorosi e il loro bisogno “smodato” di consumo, di perfezione estetica, di benessere, sembrerebbero legittimare la tesi che attribuisce ad ogni civiltà storica le sue “malattie”, organiche, spirituali, culturali, alcune generate proprio dal progresso e dalla stessa civiltà. La cruciale esperienza delle “fratture biografiche” è sottoposta a variazioni di tipo individuale, storico e sociale: l’orientamento degli uomini nell’universo del dolore e le modalità della sua metabolizzazione riflettono, da un lato, la morale, l’etica, la metafisica, le credenze, il grado di civiltà a cui si è giunti e, dall’altro, i codici comunicativi, la “retorica del linguaggio”, l’abitudine espressiva di manifestazione esterna all’evento con ricadute anche nella modulazione intima della percezione soggettiva. Infatti, ogni dolore o malattia individuale - intrinsecamente volubili da un momento all’altro, da una situazione all’altra, da un gesto, da una circostanza o da una cura - dipendono non solo e non unicamente dal tipo, dalla natura e dall’intensità di essi, ma anche dal modo e dalla tonalità affettiva con cui vengono sperimentati e dalle differenze «temporali e locali e perciò sociali e storiche». Ogni epoca è connotata da suoi specifici modelli riflessivi del dolore (lo stesso si può dire della felicità), da una sorta di sua teodicea riveduta e corretta nel “segno dei tempi”, da un suo livello di tolleranza e da una sua soglia di sopportazione in conseguenza, o a causa, della complessità delle “dominanti spirituali” del tempo, in stretta correlazione con la predominanza della coscienza di sé o per sé, con la transizione dal “senso della specie” al “senso biografico”, con la prevalenza, o meno, della sfera privata su quella pubblica e, non ultima, con l’evoluzione dei rapporti tra fede, ragione e pensiero scientifico. Nello stesso tempo, così come ogni civiltà ha maturato la sua gamma di “malattie” ed ha espresso una sua sintesi ed interpretazione del dolore, in ugual misura, ogni stagione storica ha modificato la sua idea della felicità, in quanto, al pari della sofferenza, la sensazione e l’aspirazione verso di essa hanno subito delle profonde variazioni nei diversi periodi culturali. Dunque, anche la felicità, così come la sofferenza, è una categoria soggetta a dinamiche etico-antropologiche, socio-filosofiche e religiose cangianti secondo le stagioni storiche ed essa, pur rimanendo un dato eminentemente privato, intimo, individuale, è altresì una costruzione culturale che, peraltro, sembra tendenzialmente seguire almeno negli ultimi tempi, come suo simmetrico contrario, il “destino” del dolore. In linea generale, oggi, gli attori sociali – indeboliti dall’incapacità di «guardare il volto severo del destino del tempo» - pretendono il benessere come un diritto inalienabile e tendono, viceversa, a rimuovere l’idea della sofferenza, cercando di esiliarla negli angoli remoti del proprio immaginario. I sociologi si sono interessati alle emozioni e, di conseguenza, ai temi della sofferenza e della felicità che scatenano forti emozioni, più tardi degli studiosi di altre discipline scientifiche: benché, come denunciato da qualcuno, essi nell’adottare un’ottica descrittiva per lo studio dei sentimenti, tutto sommato, tendono ad assumere inconsapevolmente una posizione normativa. In ogni caso, a parte le critiche, nell’ambito di questa disciplina si è posto il problema teorico dello studio dei sentimenti, in buona misura, quando si è incrinata la convinzione determinista del primato della razionalità nell’azione soggettiva e si è propagato il nuovo clima culturale caratterizzato - oltre che da una nuova concezione del tempo - dall’attenzione alla dimensione intimo-privata (spesso a scapito del pubblico), ai “modi di sentire” al primato emozionale e all’interesse narcisistico per il corpo. Se, da una parte, il nuovo protagonismo soggettivo è stato uno dei motivi che hanno promosso l’attenzione dei sociologi contemporanei nei confronti dell’universo delle emozioni, in verità, già alcuni autori classici, discostandosi in anticipo dal paradigma positivista, avevano rilevato l’importanza del coefficiente umanistico per l’analisi della realtà sociale e soggettiva. Negli ultimi decenni, in sociologia, non trascurando le intuizioni di alcuni fondatori di questa disciplina, si è dato uno spazio empirico-teorico all’indagine sulla sfera dei sentimenti. In questo senso, si è compresa l’importanza dello studio della magmatica dimensione emozionale, delle rappresentazioni simboliche spesso latenti, dei significati delle cose e degli eventi elaborati dagli attori sociali, a cominciare dalla loro percezione della sofferenza, della malattia, del pensiero della morte e, sul fronte opposto, della felicità. Osservare la realtà dal punto di vista della sfera sentimentale non è residuale per l’analisi sociologica, ma al contrario «significa aprire una prospettiva su ciò che è socialmente rilevante» in quanto con questo approccio viene offerta l’opportunità di segnalare le specifiche percezioni individuali, le differenze culturali e le diverse e particolari socializzazioni dei sentimenti (positivi o negativi) che ogni paese e società esprime. Anche perché le emozioni sono “opere comuni”: esse sono “proprietà relazionali”, non hanno una loro qualità o composizione autonoma, ma dipendono «dal modo in cui sono percepite, concepite e simbolizzate in una cultura». A partire dal presupposto dell’importanza analitica della sedimentazione soggettiva, intesa come il segno stenografico di un sentire collettivo, dei temi umani fondamentali – dal dolore, per cui si patisce, alla felicità a cui si aspira - in un periodo compreso tra aprile e agosto 2009 sono state raccolte 39 interviste narrative a Roma tra soggetti appartenenti a fasce di età differenti (15-20 anni / 21-30 anni / 31-75 anni), sesso e condizione lavorativa. Agli intervistati è stato richiesto un punto di vista soggettivo sul dolore e sulla felicità. La scelta dei soggetti da intervistare non è stata fatta mediante un criterio di rappresentatività statistica, ma in base a dei principi di rappresentatività categoriale sperimentati in precedenti indagini qualitative. Inoltre, sette interviste, dell’intero pacchetto di 39, sono state volutamente effettuate tra persone che hanno subito un lutto o hanno avuto una grave malattia. Queste ultime interviste sono ritenute utili per tentare di comprendere non solo gli atteggiamenti riflessivi astratti in merito alla sofferenza e alla malattia, ma anche i significati che, in seguito ad una concreta e dolorosa esperienza, vengono attribuiti ad esse e per rilevare quanto sia stato ancora possibile tendere alla felicità. L’obiettivo tematico di questa limitata e circoscritta ricerca qualitativa, che vuole essere un “timido” sguardo orientativo, un focus, privo di qualsiasi valenza tematica esaustiva, è stato quello di cogliere o provare a cogliere in nuce, in un contesto di “scoperta”, attraverso i dati “umani” forniti dagli intervistati, il trend di sensibilizzazione su un argomento come il dolore – vero e proprio «luogo trascendentale del pensiero filosofico di questo secolo» - e di porre in correlazione tale sensibilità con le affermazioni date dagli stessi soggetti sul concetto di felicità. Da questa parziale indagine di sfondo sembrerebbero emergere dalle parole degli intervistati un principio di inclusione, un’apertura a rimettere a tema categorie spirituali, codici e significati connessi con il dolore, evidenziando quasi sempre una certa correlazione tra esso e la felicità. I 39 intervistati romani - fermo restando l’atmosfera culturale generale restia a soffermarsi su questioni complesse e versata ad ottenere il massimo della gratificazione fisica e mentale - in linea di massima, tendono a riconsiderare atteggiamenti e comportamenti di fronte alle sfide esperienziali negative e all’aspirazione, o circostanza biografica, positiva. Essi, più che esprimere una convalida del principio di esclusione del dolore dai loro mondi vitali e di spasmodica rincorsa ad afferrare una “mitica” felicità, sembrerebbero essere disposti, con “timore e tremore”, a concepire una nuova meditazione intorno alla sofferenza e ad immaginare il loro benessere all’insegna della lontananza dal dolore e, soprattutto, in funzione della “certezza” di un’ininterrotta armonia nel vissuto quotidiano e negli affetti.

Costa, C. (2010). La "malattia" del corpo, la "malattia dell'anima" e la felicità. SALUTE E SOCIETÀ, 138-162.

La "malattia" del corpo, la "malattia dell'anima" e la felicità

COSTA, Cecilia
2010-01-01

Abstract

La “malattia del corpo”, la “malattia dell’anima” e la felicità: interviste narrative a Roma Il difficile rapporto degli uomini di oggi con gli eventi dolorosi e il loro bisogno “smodato” di consumo, di perfezione estetica, di benessere, sembrerebbero legittimare la tesi che attribuisce ad ogni civiltà storica le sue “malattie”, organiche, spirituali, culturali, alcune generate proprio dal progresso e dalla stessa civiltà. La cruciale esperienza delle “fratture biografiche” è sottoposta a variazioni di tipo individuale, storico e sociale: l’orientamento degli uomini nell’universo del dolore e le modalità della sua metabolizzazione riflettono, da un lato, la morale, l’etica, la metafisica, le credenze, il grado di civiltà a cui si è giunti e, dall’altro, i codici comunicativi, la “retorica del linguaggio”, l’abitudine espressiva di manifestazione esterna all’evento con ricadute anche nella modulazione intima della percezione soggettiva. Infatti, ogni dolore o malattia individuale - intrinsecamente volubili da un momento all’altro, da una situazione all’altra, da un gesto, da una circostanza o da una cura - dipendono non solo e non unicamente dal tipo, dalla natura e dall’intensità di essi, ma anche dal modo e dalla tonalità affettiva con cui vengono sperimentati e dalle differenze «temporali e locali e perciò sociali e storiche». Ogni epoca è connotata da suoi specifici modelli riflessivi del dolore (lo stesso si può dire della felicità), da una sorta di sua teodicea riveduta e corretta nel “segno dei tempi”, da un suo livello di tolleranza e da una sua soglia di sopportazione in conseguenza, o a causa, della complessità delle “dominanti spirituali” del tempo, in stretta correlazione con la predominanza della coscienza di sé o per sé, con la transizione dal “senso della specie” al “senso biografico”, con la prevalenza, o meno, della sfera privata su quella pubblica e, non ultima, con l’evoluzione dei rapporti tra fede, ragione e pensiero scientifico. Nello stesso tempo, così come ogni civiltà ha maturato la sua gamma di “malattie” ed ha espresso una sua sintesi ed interpretazione del dolore, in ugual misura, ogni stagione storica ha modificato la sua idea della felicità, in quanto, al pari della sofferenza, la sensazione e l’aspirazione verso di essa hanno subito delle profonde variazioni nei diversi periodi culturali. Dunque, anche la felicità, così come la sofferenza, è una categoria soggetta a dinamiche etico-antropologiche, socio-filosofiche e religiose cangianti secondo le stagioni storiche ed essa, pur rimanendo un dato eminentemente privato, intimo, individuale, è altresì una costruzione culturale che, peraltro, sembra tendenzialmente seguire almeno negli ultimi tempi, come suo simmetrico contrario, il “destino” del dolore. In linea generale, oggi, gli attori sociali – indeboliti dall’incapacità di «guardare il volto severo del destino del tempo» - pretendono il benessere come un diritto inalienabile e tendono, viceversa, a rimuovere l’idea della sofferenza, cercando di esiliarla negli angoli remoti del proprio immaginario. I sociologi si sono interessati alle emozioni e, di conseguenza, ai temi della sofferenza e della felicità che scatenano forti emozioni, più tardi degli studiosi di altre discipline scientifiche: benché, come denunciato da qualcuno, essi nell’adottare un’ottica descrittiva per lo studio dei sentimenti, tutto sommato, tendono ad assumere inconsapevolmente una posizione normativa. In ogni caso, a parte le critiche, nell’ambito di questa disciplina si è posto il problema teorico dello studio dei sentimenti, in buona misura, quando si è incrinata la convinzione determinista del primato della razionalità nell’azione soggettiva e si è propagato il nuovo clima culturale caratterizzato - oltre che da una nuova concezione del tempo - dall’attenzione alla dimensione intimo-privata (spesso a scapito del pubblico), ai “modi di sentire” al primato emozionale e all’interesse narcisistico per il corpo. Se, da una parte, il nuovo protagonismo soggettivo è stato uno dei motivi che hanno promosso l’attenzione dei sociologi contemporanei nei confronti dell’universo delle emozioni, in verità, già alcuni autori classici, discostandosi in anticipo dal paradigma positivista, avevano rilevato l’importanza del coefficiente umanistico per l’analisi della realtà sociale e soggettiva. Negli ultimi decenni, in sociologia, non trascurando le intuizioni di alcuni fondatori di questa disciplina, si è dato uno spazio empirico-teorico all’indagine sulla sfera dei sentimenti. In questo senso, si è compresa l’importanza dello studio della magmatica dimensione emozionale, delle rappresentazioni simboliche spesso latenti, dei significati delle cose e degli eventi elaborati dagli attori sociali, a cominciare dalla loro percezione della sofferenza, della malattia, del pensiero della morte e, sul fronte opposto, della felicità. Osservare la realtà dal punto di vista della sfera sentimentale non è residuale per l’analisi sociologica, ma al contrario «significa aprire una prospettiva su ciò che è socialmente rilevante» in quanto con questo approccio viene offerta l’opportunità di segnalare le specifiche percezioni individuali, le differenze culturali e le diverse e particolari socializzazioni dei sentimenti (positivi o negativi) che ogni paese e società esprime. Anche perché le emozioni sono “opere comuni”: esse sono “proprietà relazionali”, non hanno una loro qualità o composizione autonoma, ma dipendono «dal modo in cui sono percepite, concepite e simbolizzate in una cultura». A partire dal presupposto dell’importanza analitica della sedimentazione soggettiva, intesa come il segno stenografico di un sentire collettivo, dei temi umani fondamentali – dal dolore, per cui si patisce, alla felicità a cui si aspira - in un periodo compreso tra aprile e agosto 2009 sono state raccolte 39 interviste narrative a Roma tra soggetti appartenenti a fasce di età differenti (15-20 anni / 21-30 anni / 31-75 anni), sesso e condizione lavorativa. Agli intervistati è stato richiesto un punto di vista soggettivo sul dolore e sulla felicità. La scelta dei soggetti da intervistare non è stata fatta mediante un criterio di rappresentatività statistica, ma in base a dei principi di rappresentatività categoriale sperimentati in precedenti indagini qualitative. Inoltre, sette interviste, dell’intero pacchetto di 39, sono state volutamente effettuate tra persone che hanno subito un lutto o hanno avuto una grave malattia. Queste ultime interviste sono ritenute utili per tentare di comprendere non solo gli atteggiamenti riflessivi astratti in merito alla sofferenza e alla malattia, ma anche i significati che, in seguito ad una concreta e dolorosa esperienza, vengono attribuiti ad esse e per rilevare quanto sia stato ancora possibile tendere alla felicità. L’obiettivo tematico di questa limitata e circoscritta ricerca qualitativa, che vuole essere un “timido” sguardo orientativo, un focus, privo di qualsiasi valenza tematica esaustiva, è stato quello di cogliere o provare a cogliere in nuce, in un contesto di “scoperta”, attraverso i dati “umani” forniti dagli intervistati, il trend di sensibilizzazione su un argomento come il dolore – vero e proprio «luogo trascendentale del pensiero filosofico di questo secolo» - e di porre in correlazione tale sensibilità con le affermazioni date dagli stessi soggetti sul concetto di felicità. Da questa parziale indagine di sfondo sembrerebbero emergere dalle parole degli intervistati un principio di inclusione, un’apertura a rimettere a tema categorie spirituali, codici e significati connessi con il dolore, evidenziando quasi sempre una certa correlazione tra esso e la felicità. I 39 intervistati romani - fermo restando l’atmosfera culturale generale restia a soffermarsi su questioni complesse e versata ad ottenere il massimo della gratificazione fisica e mentale - in linea di massima, tendono a riconsiderare atteggiamenti e comportamenti di fronte alle sfide esperienziali negative e all’aspirazione, o circostanza biografica, positiva. Essi, più che esprimere una convalida del principio di esclusione del dolore dai loro mondi vitali e di spasmodica rincorsa ad afferrare una “mitica” felicità, sembrerebbero essere disposti, con “timore e tremore”, a concepire una nuova meditazione intorno alla sofferenza e ad immaginare il loro benessere all’insegna della lontananza dal dolore e, soprattutto, in funzione della “certezza” di un’ininterrotta armonia nel vissuto quotidiano e negli affetti.
Costa, C. (2010). La "malattia" del corpo, la "malattia dell'anima" e la felicità. SALUTE E SOCIETÀ, 138-162.
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