Che cosa leggeva Machiavelli? Gli studiosi si sono interrogati a lungo sulla sua formazione culturale. Il saggio inquestione individua alla base di alcune delle idee chiave espresse dal pensatore fiorentino nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio nell’opera di uno storico di Roma antica, al suo tempo appena tradotto in latino (e dunque accessibile a tutti gli uomini colti) ma subito molto apprezzato: Dionigi di Alicarnasso con le sue Antiquitates. Non c’è praticamente questione decisiva, per cui i Discorsi si sono segnalati all’attenzione dei contemporanei prima e degli studiosi moderni poi, su cui Machiavelli non dialoghi - spesso attraverso riprese letterali, quasi parola per parola - con il testo di Dionigi, il quale pure non viene mai citato in modo esplicito. Rispetto a Livio, interessato unicamente a celebrare l’incorrotta virtù dei romani, Dionigi e Machiavelli dimostrano di avere una straordinaria attenzione alle leggi e alle istituzioni che di quella eccellenza etica sono il motivo. Il ruolo positivo attribuito alla dittatura romana (finché rimase nel solco della tradizione repubblicana), il nesso tra potenza militare e generosa concessione della cittadinanza ai nuovi arrivati, l’idea (al tempo di Machiavelli rifiutata come particolarmente scandalosa) che le lotte e i tumulti che videro contrapposti patrizi e plebei furono una delle cause principali della forza della repubblica (e non un elemento di debolezza): tutte queste tesi (più molte altre), ritenute sinora peculiari dei Discorsi, trovano in realtà nelle pagine di Dionigi un prestigioso antecedente, al limite del plagio. Avremmo dunque un testo che nel momento in cui si vuole presentare come commento a un autore famosissimo (Livio), esibendo persino il suo nome nel titolo, sviluppa invece gran parte delle sue intuizioni più rivoluzionarie riflettendo su un altro storico, assai meno noto e che rimane interamente occultato. In particolare gli antichisti e gli studiosi di Machiavelli (da Carlo Dionisotti e Arnaldo Momigliano a Luciano Canfora) hanno sempre dedicato la massima attenzione all’origine della teoria della costituzione mista (una costituzione “perfetta” nata dall’incrocio di monarchia, aristocrazia e democrazia) formulata all’inizio dei Discorsi. L’interesse è dovuto in questo caso a considerazioni di natura non solo erudita: il concetto di bilanciamento dei poteri che troviamo in Montesquieu, così centrale anche nel dibattito politico contemporaneo (separazione della magistratura dalla politica, ruolo della stampa e della televisione – il quarto potere – nella democrazia, attribuzione incontrollata di funzioni legislative al potere esecutivo per mezzo della pratica del decreto legge…), si ispira anch’esso infatti alla tripartizione di Machiavelli, ricollegando idealmente il pensiero politico contemporaneo ai Discorsi. Non tutto però è così semplice: il grande problema è che l’autore antico cui verosimilmente Machiavelli sembrerebbe essersi ispirato, ossia il greco Polibio, all’inizio del Cinquecento non era tradotto né in latino né in alcuna lingua moderna, rendendo impossibile la sua circolazione tra gli intellettuali ignari del greco. Ne sono nati infiniti interrogativi sul modo in cui Machiavelli sarebbe venuto a conoscere Polibio e a ripensare originalmente l’idea che solo uno stato in cui le tre forme semplici di governo fossero combinate organicamente attraverso un’accorta separazione dei compiti potrebbe sottrarsi alla decadenza che altrimenti prima o poi investe tutte le città (al punto che Roma avrebbe costruito il suo impero solo grazie alla sua perfezione costituzionale). Ora anche in questo caso Machiavelli sembra aver tratto la teoria sul bilanciamento dei poteri da Dionigi. I commentatori di Machiavelli hanno notato già da parecchio tempo che la sua immagine della costituzione mista si discosta in più punti da quella di Polibio: ora il fatto che in tutti i casi in cui i Discorsi divergono da Polibio il ragionamento di Machiavelli coincide straordinariamente con quello di Dionigi proverebbe che in realtà è da quest’ultimo che esso dipende. Oltre ai riscontri testuali, come argomento in favore della sua tesi Gabriele Pedullà richiama una serie di testi cinque-secenteschi (per primo la Methodus di Jean Bodin) in cui il nesso Machiavelli-Dionigi viene indicato in maniera piuttosto decisa, evidenziando dunque un rapporto che ai contemporanei poteva apparire forse abbastanza trasparente da non dover essere formulato in modo esplicito ma che invece è sfuggito del tutto sino a questo momento ai commentatori otto-novecenteschi.

PEDULLA' G (2004). La ricomparsa di Dionigi. Niccolò Machiavelli tra Roma e la Grecia. STORICA, 7-90.

La ricomparsa di Dionigi. Niccolò Machiavelli tra Roma e la Grecia

PEDULLA', Gabriele
2004

Abstract

Che cosa leggeva Machiavelli? Gli studiosi si sono interrogati a lungo sulla sua formazione culturale. Il saggio inquestione individua alla base di alcune delle idee chiave espresse dal pensatore fiorentino nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio nell’opera di uno storico di Roma antica, al suo tempo appena tradotto in latino (e dunque accessibile a tutti gli uomini colti) ma subito molto apprezzato: Dionigi di Alicarnasso con le sue Antiquitates. Non c’è praticamente questione decisiva, per cui i Discorsi si sono segnalati all’attenzione dei contemporanei prima e degli studiosi moderni poi, su cui Machiavelli non dialoghi - spesso attraverso riprese letterali, quasi parola per parola - con il testo di Dionigi, il quale pure non viene mai citato in modo esplicito. Rispetto a Livio, interessato unicamente a celebrare l’incorrotta virtù dei romani, Dionigi e Machiavelli dimostrano di avere una straordinaria attenzione alle leggi e alle istituzioni che di quella eccellenza etica sono il motivo. Il ruolo positivo attribuito alla dittatura romana (finché rimase nel solco della tradizione repubblicana), il nesso tra potenza militare e generosa concessione della cittadinanza ai nuovi arrivati, l’idea (al tempo di Machiavelli rifiutata come particolarmente scandalosa) che le lotte e i tumulti che videro contrapposti patrizi e plebei furono una delle cause principali della forza della repubblica (e non un elemento di debolezza): tutte queste tesi (più molte altre), ritenute sinora peculiari dei Discorsi, trovano in realtà nelle pagine di Dionigi un prestigioso antecedente, al limite del plagio. Avremmo dunque un testo che nel momento in cui si vuole presentare come commento a un autore famosissimo (Livio), esibendo persino il suo nome nel titolo, sviluppa invece gran parte delle sue intuizioni più rivoluzionarie riflettendo su un altro storico, assai meno noto e che rimane interamente occultato. In particolare gli antichisti e gli studiosi di Machiavelli (da Carlo Dionisotti e Arnaldo Momigliano a Luciano Canfora) hanno sempre dedicato la massima attenzione all’origine della teoria della costituzione mista (una costituzione “perfetta” nata dall’incrocio di monarchia, aristocrazia e democrazia) formulata all’inizio dei Discorsi. L’interesse è dovuto in questo caso a considerazioni di natura non solo erudita: il concetto di bilanciamento dei poteri che troviamo in Montesquieu, così centrale anche nel dibattito politico contemporaneo (separazione della magistratura dalla politica, ruolo della stampa e della televisione – il quarto potere – nella democrazia, attribuzione incontrollata di funzioni legislative al potere esecutivo per mezzo della pratica del decreto legge…), si ispira anch’esso infatti alla tripartizione di Machiavelli, ricollegando idealmente il pensiero politico contemporaneo ai Discorsi. Non tutto però è così semplice: il grande problema è che l’autore antico cui verosimilmente Machiavelli sembrerebbe essersi ispirato, ossia il greco Polibio, all’inizio del Cinquecento non era tradotto né in latino né in alcuna lingua moderna, rendendo impossibile la sua circolazione tra gli intellettuali ignari del greco. Ne sono nati infiniti interrogativi sul modo in cui Machiavelli sarebbe venuto a conoscere Polibio e a ripensare originalmente l’idea che solo uno stato in cui le tre forme semplici di governo fossero combinate organicamente attraverso un’accorta separazione dei compiti potrebbe sottrarsi alla decadenza che altrimenti prima o poi investe tutte le città (al punto che Roma avrebbe costruito il suo impero solo grazie alla sua perfezione costituzionale). Ora anche in questo caso Machiavelli sembra aver tratto la teoria sul bilanciamento dei poteri da Dionigi. I commentatori di Machiavelli hanno notato già da parecchio tempo che la sua immagine della costituzione mista si discosta in più punti da quella di Polibio: ora il fatto che in tutti i casi in cui i Discorsi divergono da Polibio il ragionamento di Machiavelli coincide straordinariamente con quello di Dionigi proverebbe che in realtà è da quest’ultimo che esso dipende. Oltre ai riscontri testuali, come argomento in favore della sua tesi Gabriele Pedullà richiama una serie di testi cinque-secenteschi (per primo la Methodus di Jean Bodin) in cui il nesso Machiavelli-Dionigi viene indicato in maniera piuttosto decisa, evidenziando dunque un rapporto che ai contemporanei poteva apparire forse abbastanza trasparente da non dover essere formulato in modo esplicito ma che invece è sfuggito del tutto sino a questo momento ai commentatori otto-novecenteschi.
PEDULLA' G (2004). La ricomparsa di Dionigi. Niccolò Machiavelli tra Roma e la Grecia. STORICA, 7-90.
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