Lo scopo di questo contributo è dimostrare che punteggiare è un’attività cognitivamente complessa e che richiede in non pochi casi un’apprezzabile creatività. Non mira, invece, a fornire una descrizione “esauriente” del fenomeno. Si argomenta dapprima che punteggiare non è un’attività meccanica, ma interpretativa: le conoscenze che la punteggiatura interpreta sono sintattiche, mentre la relazione tra punteggiatura e intonazione è indiretta. Si propongo¬no poi i principi che sottointendono la pratica del punteggiare: il criterio soggiacente alla punteggiatura è di essere una funzione del parsing. Dall’interazione tra il criterio del parsing e un criterio formale di coerenza deriva la gradualità di accettabilità della punteggiatura, che è compatibile con la variabilità “stilistica” e la possibilità di usi creativi della punteggiatura. Si analizzano gli errori più tipici, che mostrano che esiste una “opacità cognitiva” sintattica, che conferma che ben punteggiare non è automatico, ma richiede notevoli capacità metalinguistiche, in alcuni casi molto sofisticate, fatto che può spiegare la ragione delle grandi differenze di “successo” nella pratica del punteggiare. La natura graduale della punteggiatura ne permette un uso creativo: lo stile di punteggiatura di un testo condiziona il ritmo di lettura e l’atteggiamento cognitivo generale del lettore. Alcuni settori del linguaggio (articolazione e gradazione informativa), infine, richiedono un uso creativo della punteggiatura, a causa della scarsità delle sue risorse in relazione alla ricchezza espressiva della lingua parlata. Dal punto di vista educativo, infine, i fatti suggeriscono che scrivere non è il risultato di apprendimento spontaneo come parlare, ma richiede un insegnamento mirato al potenziamento delle capacità metasintattiche dell’apprendista.

SVOLACCHIA M (2007). La Punteggiatura tra restrizioni e creatività. CADMO, XV, 2, 41-70.

La Punteggiatura tra restrizioni e creatività

SVOLACCHIA, Marco
2007

Abstract

Lo scopo di questo contributo è dimostrare che punteggiare è un’attività cognitivamente complessa e che richiede in non pochi casi un’apprezzabile creatività. Non mira, invece, a fornire una descrizione “esauriente” del fenomeno. Si argomenta dapprima che punteggiare non è un’attività meccanica, ma interpretativa: le conoscenze che la punteggiatura interpreta sono sintattiche, mentre la relazione tra punteggiatura e intonazione è indiretta. Si propongo¬no poi i principi che sottointendono la pratica del punteggiare: il criterio soggiacente alla punteggiatura è di essere una funzione del parsing. Dall’interazione tra il criterio del parsing e un criterio formale di coerenza deriva la gradualità di accettabilità della punteggiatura, che è compatibile con la variabilità “stilistica” e la possibilità di usi creativi della punteggiatura. Si analizzano gli errori più tipici, che mostrano che esiste una “opacità cognitiva” sintattica, che conferma che ben punteggiare non è automatico, ma richiede notevoli capacità metalinguistiche, in alcuni casi molto sofisticate, fatto che può spiegare la ragione delle grandi differenze di “successo” nella pratica del punteggiare. La natura graduale della punteggiatura ne permette un uso creativo: lo stile di punteggiatura di un testo condiziona il ritmo di lettura e l’atteggiamento cognitivo generale del lettore. Alcuni settori del linguaggio (articolazione e gradazione informativa), infine, richiedono un uso creativo della punteggiatura, a causa della scarsità delle sue risorse in relazione alla ricchezza espressiva della lingua parlata. Dal punto di vista educativo, infine, i fatti suggeriscono che scrivere non è il risultato di apprendimento spontaneo come parlare, ma richiede un insegnamento mirato al potenziamento delle capacità metasintattiche dell’apprendista.
SVOLACCHIA M (2007). La Punteggiatura tra restrizioni e creatività. CADMO, XV, 2, 41-70.
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