L’avvento della fotografia digitale e la e rapida annessione al social networking delle pratiche sociali connesse ha coinciso con la sensazione di una forte discontinuità tra il dispositivo fotografico analogico e quello digitale. “Fine della fotografia”, post-fotografia” “rinascita della fotografia” sono alcune delle espressioni usate, con sentimenti diversi. Talvolta sottolineando la “perdita dell’aura” che si sarebbe determinata in questo passaggio, o la fine di un valore memoriale e testimoniale della foto, divenuta immagine sintetica; ma anche per guardando alla democratizzazione partecipativa della fotografia e alla moltiplicazione delle immagini, fisse e in movimento, superando vecchie barriere ontologiche, che pur con un notevole overload e frequenti distorsioni sposta sempre più la comunicazione dal dominio assoluto della scrittura e della stampa a quella dell’immagine, in rapporto dialettico con il suono. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque. E’ l’ultimo evento del Novecento, rappresentato prevalentemente da dispositivi analogici e da operatori professionali; che suscitò tuttavia una struggente ansia partecipativa, espressa nella mostra Here is New York. A Democracy of Photographs, giunta in Europa con i Rencontres d’Arles del 2002. Le foto reperite (professionali e amatoriali) di quel drammatico evento furono tuttavia soltanto 2.744, di cui 1.500 esposte. Quando le pratiche della connessione raggiungono una totale mobilità e portabilità dei dispositivi, incontrando il social networking e le converging cultures, si diffonde l’attribuzione esclusiva al digitale di un’estetica del meticciato e dell’ibrido, in cui l’argomento quantitativo (la popolarizzazione e l’ormai torrenziale produzione di tutti i dispositivi di cattura di immagini e suoni) viene invocato in soccorso quando non si riescono a definire teoricamente le nuove dimensioni digitali dell’atto fotografico, rispetto alle antiche categorie analogiche; ma riscoprire gli antecedenti analogici di tutte le novità vere o presunte della digitalizzazione è un esercizio molto fecondo. La litografia di Paul Maurisset del 1839, La Daguerreotypomanie, una felice rappresentazione del nuovo medium circondato da una folla di amateurs attorno alle icone della metropoli e della modernità, avrebbe potuto essere composta, magari con Photoshop, da Henry Jenkins. Soprattutto nelle avanguardie artistiche, in particolare fra Dada e surrealismo, il meticciato e l’ibrido dominano la cultura occidentale con la messa in discussione di una visione positivista e deterministica della modernità. La digitalizzazione, piuttosto, prosegue il cammino delle avanguardie che i media novecenteschi, vincolati ad un pubblico mainstream, hanno tarpato degli elementi espressivi più forti.

Enrico, M. (2016). Fotografia prima e dopo. Rotture e continuità intorno alla svolta digitale. COMUNICAZIONI SOCIALI, XXXVIII(1), 15-23.

Fotografia prima e dopo. Rotture e continuità intorno alla svolta digitale

MENDUNI, Enrico
2016

Abstract

L’avvento della fotografia digitale e la e rapida annessione al social networking delle pratiche sociali connesse ha coinciso con la sensazione di una forte discontinuità tra il dispositivo fotografico analogico e quello digitale. “Fine della fotografia”, post-fotografia” “rinascita della fotografia” sono alcune delle espressioni usate, con sentimenti diversi. Talvolta sottolineando la “perdita dell’aura” che si sarebbe determinata in questo passaggio, o la fine di un valore memoriale e testimoniale della foto, divenuta immagine sintetica; ma anche per guardando alla democratizzazione partecipativa della fotografia e alla moltiplicazione delle immagini, fisse e in movimento, superando vecchie barriere ontologiche, che pur con un notevole overload e frequenti distorsioni sposta sempre più la comunicazione dal dominio assoluto della scrittura e della stampa a quella dell’immagine, in rapporto dialettico con il suono. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque. E’ l’ultimo evento del Novecento, rappresentato prevalentemente da dispositivi analogici e da operatori professionali; che suscitò tuttavia una struggente ansia partecipativa, espressa nella mostra Here is New York. A Democracy of Photographs, giunta in Europa con i Rencontres d’Arles del 2002. Le foto reperite (professionali e amatoriali) di quel drammatico evento furono tuttavia soltanto 2.744, di cui 1.500 esposte. Quando le pratiche della connessione raggiungono una totale mobilità e portabilità dei dispositivi, incontrando il social networking e le converging cultures, si diffonde l’attribuzione esclusiva al digitale di un’estetica del meticciato e dell’ibrido, in cui l’argomento quantitativo (la popolarizzazione e l’ormai torrenziale produzione di tutti i dispositivi di cattura di immagini e suoni) viene invocato in soccorso quando non si riescono a definire teoricamente le nuove dimensioni digitali dell’atto fotografico, rispetto alle antiche categorie analogiche; ma riscoprire gli antecedenti analogici di tutte le novità vere o presunte della digitalizzazione è un esercizio molto fecondo. La litografia di Paul Maurisset del 1839, La Daguerreotypomanie, una felice rappresentazione del nuovo medium circondato da una folla di amateurs attorno alle icone della metropoli e della modernità, avrebbe potuto essere composta, magari con Photoshop, da Henry Jenkins. Soprattutto nelle avanguardie artistiche, in particolare fra Dada e surrealismo, il meticciato e l’ibrido dominano la cultura occidentale con la messa in discussione di una visione positivista e deterministica della modernità. La digitalizzazione, piuttosto, prosegue il cammino delle avanguardie che i media novecenteschi, vincolati ad un pubblico mainstream, hanno tarpato degli elementi espressivi più forti.
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