Per scrivere oggi di educazione alla resistenza scelgo un luogo di enunciazione preciso: il Mediterraneo contemporaneo, trasformato da crocevia di incontro culturale a “necro-mare”. Coste che diventano accessi invalicabili, frontiere marittime, lager a cielo aperto, centri di detenzione illegale e, ancora, la Palestina. In questo spazio, la scomparsa di migliaia di persone può essere interpretata come l’esito di dispositivi istituzionali che producono vulnerabilità e invisibilità (Mbembe, 2016). Il confine marittimo non è (non può essere) una barriera fisica, è piuttosto un dispositivo di addestramento che impartisce inesorabilmente una pedagogia pubblica dell’eccezione. Attraverso i lessici dell’emergenza e la spettacolarizzazione del “migrante”, del “rifugiato”, del “profugo”, “della vittima” la società apprende quotidianamente chi conta e chi può scomparire senza lasciare traccia e, ancora, apprende la normalizzazione di pratiche genocidiarie. Scelgo inoltre di «prendermi il diritto di utilizzare la prima persona singolare per scrivere» (Borghi, 2020, p. 21) sapendo che ogni sapere è situato (Haraway, 1988; Harding, 2005; Mohanty, 2012) e che la ricerca è parte di noi, del nostro impegno di docenti e pedagogiste/i.
Bianchi, L. (2026). Grammatiche di Sumūd nel necro-mare: prospettive decoloniali per una pedagogia della resistenza e della memoria. In L'impossibile necessario Pedagogie della resistenza e resistenze pedagogiche (pp. 53-58). Lecce : Pensa MultiMedia.
Grammatiche di Sumūd nel necro-mare: prospettive decoloniali per una pedagogia della resistenza e della memoria
Lavinia Bianchi
2026-01-01
Abstract
Per scrivere oggi di educazione alla resistenza scelgo un luogo di enunciazione preciso: il Mediterraneo contemporaneo, trasformato da crocevia di incontro culturale a “necro-mare”. Coste che diventano accessi invalicabili, frontiere marittime, lager a cielo aperto, centri di detenzione illegale e, ancora, la Palestina. In questo spazio, la scomparsa di migliaia di persone può essere interpretata come l’esito di dispositivi istituzionali che producono vulnerabilità e invisibilità (Mbembe, 2016). Il confine marittimo non è (non può essere) una barriera fisica, è piuttosto un dispositivo di addestramento che impartisce inesorabilmente una pedagogia pubblica dell’eccezione. Attraverso i lessici dell’emergenza e la spettacolarizzazione del “migrante”, del “rifugiato”, del “profugo”, “della vittima” la società apprende quotidianamente chi conta e chi può scomparire senza lasciare traccia e, ancora, apprende la normalizzazione di pratiche genocidiarie. Scelgo inoltre di «prendermi il diritto di utilizzare la prima persona singolare per scrivere» (Borghi, 2020, p. 21) sapendo che ogni sapere è situato (Haraway, 1988; Harding, 2005; Mohanty, 2012) e che la ricerca è parte di noi, del nostro impegno di docenti e pedagogiste/i.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


