La presenza di elementi antichi o evocativi di produzioni artistiche del passato, con particolare riferimento alla Grecia, caratterizza come è noto anche l’arredo degli Horti, residenze di lusso con ampi giardini distribuite intorno al centro di Roma, a cui si sovrapposero in epoca moderna le ville nobiliari. Le scoperte archeologiche compiute soprattutto a partire dal 1870, nel periodo di profonda trasformazione dell’urbanistica di Roma, quale capitale della nuova Italia unita, hanno rimesso in luce strutture e manufatti di varia tipologia e cronologia pertinenti agli Horti. Tra le opere provenienti da quella frenetica stagione di scavi, ci sono due sculture in marmo finora considerate produzioni della tarda epoca arcaica di area greca o magnogreca, sulle quali sembra opportuno continuare a riflettere. Si tratta della stele funeraria raffigurante una fanciulla con colomba esposta nelle sale degli Horti Lamiani ai Musei Capitolini (fig. 1) e della statuetta di Vittoria alata al Museo Centrale Montemartini, proveniente dall’area degli Horti Sallustiani (fig. 2). Questo contributo è mirato a un riesame della datazione e dell’ambito culturale di produzione delle due sculture le quali, più che con originali, mostrano caratteristiche confrontabili con rielaborazioni proprie del gusto per il revival arcaistico in voga a Roma almeno a partire dalla metà del I secolo a.C. Una diversa ipotesi di datazione e, conseguente ad essa, il riconoscimento delle due opere non più come originali di epoca arcaica, ma come rielaborazioni eclettiche arcaizzanti, porta a una riconsiderazione anche della progettualità che c’è stata a monte del loro utilizzo. La presenza di opere originali, di copie, o di elaborazioni “in stile”, negli spazi verdi di queste antiche residenze romane di mediazione tra città e campagna, se genericamente può essere considerata come il riflesso diffuso della fortuna della cultura greca a Roma, non sembra avere lo stesso significato. Nell’ornato degli Horti romani potrebbe giocare un ruolo essenziale una variante di fondo, finora non abbastanza valorizzata, che può essere sintetizzata dai due concetti di “raccolta” e “collezione”. Sulla presenza a Roma sia di originali, sia di copie, sia di opere d’arte prodotte in stile retrospettivo, abbiamo una notevole letteratura che, avendo ormai indagato le coordinate d’insieme di tali fenomeni, consente oggi di specificare meglio alcuni aspetti. Ciò che interessa qui, in particolare, è il rapporto tra committenza romana e revival arcaistico greco nella dimensione particolare degli Horti, la cui evoluzione da spazio prettamente utilitario a locus amenus vede protagonista proprio la trasformazione del verde da spazio utilitario a luogo del diletto. Dalla metà circa del I secolo a.C., i giardini romani avevano ormai assunto l’aspetto di un paesaggio antropizzato, dove le specie arboree e floreali convivevano con oggetti d’arte e di design, il cui insieme definiva il carattere del luogo e qualificava lo status del proprietario anche in relazione alla dimensione sacra o profana, antica o moderna, riconosciuta alle opere stesse. Dalla testimonianza delle fonti letterarie, dai ritrovamenti archeologici e grazie alla raffigurazione di giardini nella pittura parietale romana, sappiamo che la progettazione era finalizzata a sollecitare i cinque sensi attraverso la visione di forme e colori, il profumo delle essenze vegetali, la sonorità dei giochi d’acqua e della fauna (che, libera o in cattività, ne era parte essenziale), il gusto dei frutti coltivati, la variazione tattile degli elementi condensati in questo microcosmo perfetto che nel cosiddetto “giardino arabo” ha la sua più diretta continuità. Se questa caratteristica “sensoriale” doveva essere trasversale a diverse realtà, il posizionamento di determinate opere d’arte poteva conferire, invece, un carattere di peculiarità a luoghi che si caratterizzavano in funzione del benessere dei proprietari e non solo come forme di autorappresentazione sociale. In un’ottica prettamente moderna di concezione dell’arte siamo portati a giudicare l’originalità quale unica condizione utile a definire l’essenza stessa delle opere. Ma non solo non è così che veniva concepito il rapporto tra arte, materia e forma nella società romana (che mostra apprezzamento per la riproducibilità e per l’invenzione manieristica tanto quanto per il possesso di originali), in più dobbiamo considerare il vantaggio offerto da opere “in stile” commissionate ad hoc per dare vita a progetti personalizzati, rispetto a soggetti originali non necessariamente “dialoganti” con il contesto di esposizione. Attraverso i due casi di studio proposti si intende perciò riflettere non tanto sul tema della funzione privata di originali greci e di loro copie, ma sul controverso uso di manufatti prodotti in stile retrospettivo che, come è noto, trovarono ampio spazio nella propaganda politica, prima ancora che nel collezionismo romano, tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale.

Calcani, G. (In corso di stampa). Paesaggi della memoria: interpretazioni dell’antico nel giardino romano, in Il giardino degli dèi, Convegno internazionale e interdisciplinare, Villa d’Este – Tivoli, 21-23 aprile 2022. In Il giardino degli déi.

Paesaggi della memoria: interpretazioni dell’antico nel giardino romano, in Il giardino degli dèi, Convegno internazionale e interdisciplinare, Villa d’Este – Tivoli, 21-23 aprile 2022

Giuliana Calcani
In corso di stampa

Abstract

La presenza di elementi antichi o evocativi di produzioni artistiche del passato, con particolare riferimento alla Grecia, caratterizza come è noto anche l’arredo degli Horti, residenze di lusso con ampi giardini distribuite intorno al centro di Roma, a cui si sovrapposero in epoca moderna le ville nobiliari. Le scoperte archeologiche compiute soprattutto a partire dal 1870, nel periodo di profonda trasformazione dell’urbanistica di Roma, quale capitale della nuova Italia unita, hanno rimesso in luce strutture e manufatti di varia tipologia e cronologia pertinenti agli Horti. Tra le opere provenienti da quella frenetica stagione di scavi, ci sono due sculture in marmo finora considerate produzioni della tarda epoca arcaica di area greca o magnogreca, sulle quali sembra opportuno continuare a riflettere. Si tratta della stele funeraria raffigurante una fanciulla con colomba esposta nelle sale degli Horti Lamiani ai Musei Capitolini (fig. 1) e della statuetta di Vittoria alata al Museo Centrale Montemartini, proveniente dall’area degli Horti Sallustiani (fig. 2). Questo contributo è mirato a un riesame della datazione e dell’ambito culturale di produzione delle due sculture le quali, più che con originali, mostrano caratteristiche confrontabili con rielaborazioni proprie del gusto per il revival arcaistico in voga a Roma almeno a partire dalla metà del I secolo a.C. Una diversa ipotesi di datazione e, conseguente ad essa, il riconoscimento delle due opere non più come originali di epoca arcaica, ma come rielaborazioni eclettiche arcaizzanti, porta a una riconsiderazione anche della progettualità che c’è stata a monte del loro utilizzo. La presenza di opere originali, di copie, o di elaborazioni “in stile”, negli spazi verdi di queste antiche residenze romane di mediazione tra città e campagna, se genericamente può essere considerata come il riflesso diffuso della fortuna della cultura greca a Roma, non sembra avere lo stesso significato. Nell’ornato degli Horti romani potrebbe giocare un ruolo essenziale una variante di fondo, finora non abbastanza valorizzata, che può essere sintetizzata dai due concetti di “raccolta” e “collezione”. Sulla presenza a Roma sia di originali, sia di copie, sia di opere d’arte prodotte in stile retrospettivo, abbiamo una notevole letteratura che, avendo ormai indagato le coordinate d’insieme di tali fenomeni, consente oggi di specificare meglio alcuni aspetti. Ciò che interessa qui, in particolare, è il rapporto tra committenza romana e revival arcaistico greco nella dimensione particolare degli Horti, la cui evoluzione da spazio prettamente utilitario a locus amenus vede protagonista proprio la trasformazione del verde da spazio utilitario a luogo del diletto. Dalla metà circa del I secolo a.C., i giardini romani avevano ormai assunto l’aspetto di un paesaggio antropizzato, dove le specie arboree e floreali convivevano con oggetti d’arte e di design, il cui insieme definiva il carattere del luogo e qualificava lo status del proprietario anche in relazione alla dimensione sacra o profana, antica o moderna, riconosciuta alle opere stesse. Dalla testimonianza delle fonti letterarie, dai ritrovamenti archeologici e grazie alla raffigurazione di giardini nella pittura parietale romana, sappiamo che la progettazione era finalizzata a sollecitare i cinque sensi attraverso la visione di forme e colori, il profumo delle essenze vegetali, la sonorità dei giochi d’acqua e della fauna (che, libera o in cattività, ne era parte essenziale), il gusto dei frutti coltivati, la variazione tattile degli elementi condensati in questo microcosmo perfetto che nel cosiddetto “giardino arabo” ha la sua più diretta continuità. Se questa caratteristica “sensoriale” doveva essere trasversale a diverse realtà, il posizionamento di determinate opere d’arte poteva conferire, invece, un carattere di peculiarità a luoghi che si caratterizzavano in funzione del benessere dei proprietari e non solo come forme di autorappresentazione sociale. In un’ottica prettamente moderna di concezione dell’arte siamo portati a giudicare l’originalità quale unica condizione utile a definire l’essenza stessa delle opere. Ma non solo non è così che veniva concepito il rapporto tra arte, materia e forma nella società romana (che mostra apprezzamento per la riproducibilità e per l’invenzione manieristica tanto quanto per il possesso di originali), in più dobbiamo considerare il vantaggio offerto da opere “in stile” commissionate ad hoc per dare vita a progetti personalizzati, rispetto a soggetti originali non necessariamente “dialoganti” con il contesto di esposizione. Attraverso i due casi di studio proposti si intende perciò riflettere non tanto sul tema della funzione privata di originali greci e di loro copie, ma sul controverso uso di manufatti prodotti in stile retrospettivo che, come è noto, trovarono ampio spazio nella propaganda politica, prima ancora che nel collezionismo romano, tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale.
Calcani, G. (In corso di stampa). Paesaggi della memoria: interpretazioni dell’antico nel giardino romano, in Il giardino degli dèi, Convegno internazionale e interdisciplinare, Villa d’Este – Tivoli, 21-23 aprile 2022. In Il giardino degli déi.
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