From a critical, decolonial and intersectional feminist perspective, this contribution analyses the ways in which Palestinian resistance is conceptualised in postcolonial theories, queer practices and contemporary literary narratives. Particular attention is paid to the way in which feminised bodies are sites of both oppression and agency. Through an examination of the manifestos of Queers for Palestine and the AQ collective, as well as the writings of Somdeep Sen, Susan Abulhawa, Suad Amiry and Nada Elia, the paper explores the concept of Sumūd as a daily practice of resilience and resistance, and as a means of constructing liveable worlds. The analysis reveals how Zionist violence operates along dual colonial and patriarchal axes to create an all-encompassing structure of power, while the narratives demonstrate forms of resistance grounded in care, dignity, poetic and political imagination. Symbols such as Handala, Tatreez and the keys of the Nakba are revealed to be condensers of collective memory and diasporic continuity. Palestine is thus presented as a theoretical and political laboratory with the potential to initiate decolonial practices that promote more equitable societies and emancipatory pedagogical relationships, based on an autoethnographic methodology.

Il contributo analizza in una prospettiva critica, decoloniale e del femminismo intersezionale le forme attraverso cui la resistenza palestinese viene concettualizzata nelle teorie postcoloniali, nelle pratiche queer e nelle narrazioni letterarie contemporanee, con particolare attenzione ai corpi femminilizzati come luoghi di oppressione e, insieme, di agency. Attraverso l’esame dei manifesti di Queers for Palestine, del collettivo AQ e delle scritture di Somdeep Sen, Susan Abulhawa, Suad Amiry e Nada Elia, il paper indaga il significato di Sumūd come pratica quotidiana di resilienza, resistenza e costruzione di mondi vivibili. L’analisi mostra come la violenza sionista operi lungo un duplice asse coloniale e patriarcale, configurando una struttura totalizzante di potere, mentre le narrazioni testimoniano forme di resistenza radicate nella cura, nella dignità e nell’immaginazione poetica e politica. Simboli come Handala, il Tatreez, e le chiavi della Nakba emergono come condensatori della memoria collettiva e della continuità diasporica. La Palestina viene così letta come laboratorio teorico e politico capace di rilanciare pratiche decoloniali orientate a società più giuste e relazioni pedagogiche emancipative, a partire da una metodologia autoetnografica.

Bianchi, L. (2026). Sumud. Quando la resistenza è femminista. Q-TIMES WEBMAGAZINE, 131-146.

Sumud. Quando la resistenza è femminista.

Lavinia Bianchi
2026-01-01

Abstract

From a critical, decolonial and intersectional feminist perspective, this contribution analyses the ways in which Palestinian resistance is conceptualised in postcolonial theories, queer practices and contemporary literary narratives. Particular attention is paid to the way in which feminised bodies are sites of both oppression and agency. Through an examination of the manifestos of Queers for Palestine and the AQ collective, as well as the writings of Somdeep Sen, Susan Abulhawa, Suad Amiry and Nada Elia, the paper explores the concept of Sumūd as a daily practice of resilience and resistance, and as a means of constructing liveable worlds. The analysis reveals how Zionist violence operates along dual colonial and patriarchal axes to create an all-encompassing structure of power, while the narratives demonstrate forms of resistance grounded in care, dignity, poetic and political imagination. Symbols such as Handala, Tatreez and the keys of the Nakba are revealed to be condensers of collective memory and diasporic continuity. Palestine is thus presented as a theoretical and political laboratory with the potential to initiate decolonial practices that promote more equitable societies and emancipatory pedagogical relationships, based on an autoethnographic methodology.
2026
Il contributo analizza in una prospettiva critica, decoloniale e del femminismo intersezionale le forme attraverso cui la resistenza palestinese viene concettualizzata nelle teorie postcoloniali, nelle pratiche queer e nelle narrazioni letterarie contemporanee, con particolare attenzione ai corpi femminilizzati come luoghi di oppressione e, insieme, di agency. Attraverso l’esame dei manifesti di Queers for Palestine, del collettivo AQ e delle scritture di Somdeep Sen, Susan Abulhawa, Suad Amiry e Nada Elia, il paper indaga il significato di Sumūd come pratica quotidiana di resilienza, resistenza e costruzione di mondi vivibili. L’analisi mostra come la violenza sionista operi lungo un duplice asse coloniale e patriarcale, configurando una struttura totalizzante di potere, mentre le narrazioni testimoniano forme di resistenza radicate nella cura, nella dignità e nell’immaginazione poetica e politica. Simboli come Handala, il Tatreez, e le chiavi della Nakba emergono come condensatori della memoria collettiva e della continuità diasporica. La Palestina viene così letta come laboratorio teorico e politico capace di rilanciare pratiche decoloniali orientate a società più giuste e relazioni pedagogiche emancipative, a partire da una metodologia autoetnografica.
Bianchi, L. (2026). Sumud. Quando la resistenza è femminista. Q-TIMES WEBMAGAZINE, 131-146.
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